6 marzo 2010
Tratto da ZENIT.org
Di seguito il discorso pronunciato il 19 febbraio scorso a Riccione dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, intervenendo a una riunione dell'associazione Rete Italia.
Nella società di oggi, occuparsi di giovani e politica rischia di apparire un esercizio di stile. Riguardo al ruolo dei giovani nella politica, infatti, secondo una prima linea di pensiero vi sarebbe l'utopia come unica strada, cioè la speranza in un futuro migliore e tuttavia ogni giorno più lontano. Una seconda impostazione denuncia al contrario il rischio di atarassia,ossia una disaffezione dei giovani per la politica e l'indifferenza verso un mondo percepito come chiuso al cambiamento, o a nuovi sistemi di pensiero e di azione.
A ben vedere le due visioni, appena accennate, mancano di precisare un concetto: cos'è la politica? Essa è un valore positivo o negativo? Ricorrendo ad una espressione forte, che prendiamo in prestito da don Luigi Sturzo, grande sacerdote e politico del secolo scorso - sul quale avremo modo di ritornare - ci chiediamo: la politica é cosa sporca? Dalla risposta a questa domanda dipende quella sul ruolo dei giovani nella politica.
Certamente, non si può biasimare il sentimento di delusione per le “storture” che la politica può mostrare, legate alla fragilità di una condizione umana compromessa, anche se non in maniera irreparabile, dal peccato originale: «In questa rottura originaria va ricercata la radice più profonda di tutti i mali che insidiano le relazioni sociali tra le persone umane, di tutte le situazioni che nella vita economica e politica attentano alla dignità della persona, alla giustizia e alla solidarietà» [1].
Al tempo stesso, per i cristiani esiste un motivo di speranza: «La Salvezza, che il Signore Gesù ci ha conquistato “a caro prezzo” (1 Cor 6,20; cfr. 1 Pt 1,18-19), si realizza nella vita nuova che attende i giusti [...] ma investe anche questo mondo nelle realtà dell'economia e del lavoro, della tecnica e della comunicazione, della società e della politica, della comunità internazionale e dei rapporti tra le culture e i popoli» [2].
Appare allora chiaro un primo punto. Volendolo sintetizzare, potremmo dire che quella politica è una vocazione al bene comune e alla salvezza della società. Un bene che non può non proiettarsi nel futuro. I giovani non sono quindi, semplici spettatori, ma attori della politica, che non può essere né rivolta al passato, né appiattita sul presente.
E' dunque con questo spirito che, anche di recente, Benedetto XVI ha rimarcato la necessità di una nuova generazione di politici cattolici, lanciando ai giovani l'appello ad «evangelizzare il mondo del lavoro, dell'economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati» [3].
Quale paradigma di politica?
Nella società di oggi, occuparsi di giovani e politica rischia di apparire un esercizio di stile. Riguardo al ruolo dei giovani nella politica, infatti, secondo una prima linea di pensiero vi sarebbe l'utopia come unica strada, cioè la speranza in un futuro migliore e tuttavia ogni giorno più lontano. Una seconda impostazione denuncia al contrario il rischio di atarassia,ossia una disaffezione dei giovani per la politica e l'indifferenza verso un mondo percepito come chiuso al cambiamento, o a nuovi sistemi di pensiero e di azione.
A ben vedere le due visioni, appena accennate, mancano di precisare un concetto: cos'è la politica? Essa è un valore positivo o negativo? Ricorrendo ad una espressione forte, che prendiamo in prestito da don Luigi Sturzo, grande sacerdote e politico del secolo scorso - sul quale avremo modo di ritornare - ci chiediamo: la politica é cosa sporca? Dalla risposta a questa domanda dipende quella sul ruolo dei giovani nella politica.
Certamente, non si può biasimare il sentimento di delusione per le “storture” che la politica può mostrare, legate alla fragilità di una condizione umana compromessa, anche se non in maniera irreparabile, dal peccato originale: «In questa rottura originaria va ricercata la radice più profonda di tutti i mali che insidiano le relazioni sociali tra le persone umane, di tutte le situazioni che nella vita economica e politica attentano alla dignità della persona, alla giustizia e alla solidarietà» [1].
Al tempo stesso, per i cristiani esiste un motivo di speranza: «La Salvezza, che il Signore Gesù ci ha conquistato “a caro prezzo” (1 Cor 6,20; cfr. 1 Pt 1,18-19), si realizza nella vita nuova che attende i giusti [...] ma investe anche questo mondo nelle realtà dell'economia e del lavoro, della tecnica e della comunicazione, della società e della politica, della comunità internazionale e dei rapporti tra le culture e i popoli» [2].
Appare allora chiaro un primo punto. Volendolo sintetizzare, potremmo dire che quella politica è una vocazione al bene comune e alla salvezza della società. Un bene che non può non proiettarsi nel futuro. I giovani non sono quindi, semplici spettatori, ma attori della politica, che non può essere né rivolta al passato, né appiattita sul presente.
E' dunque con questo spirito che, anche di recente, Benedetto XVI ha rimarcato la necessità di una nuova generazione di politici cattolici, lanciando ai giovani l'appello ad «evangelizzare il mondo del lavoro, dell'economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati» [3].
Quale paradigma di politica?
Niccolò Machiavelli e Tommaso Moro
Se quella dei giovani è una chiamata, qual è il modello al quale fare riferimento? Vorrei rifarmi a due figure, che se vogliamo rappresentano due paradigmi della politica, e cioè Niccolò Machiavelli (1469-1527) e Tommaso Moro (1478-1535). Il primo, esempio di una politica dell'astuzia e dell'utilitarismo; il secondo, modello della politica come servizio, come via della santità e finanche del martirio. Due grandi ingegni, due uomini che passiamo definire rinascimentali, eppure portatori di una visione diametralmente opposta della politica. Se guardiamo al mondo di oggi, si sarebbe tentati dall'affermare che il modello proposto da Machiavelli è quello che ha avuto maggiore fortuna. Mentre quello di Moro sembra avere la natura di un'eccezione, di una vocazione personale che non indica necessariamente una strada da seguire, un modello praticabile per tutti e in particolare per i giovani che si affacciano alla politica. Come orientarsi allora?
Prima di procedere nella nostra analisi, ascoltiamo ciò che ha detto Giovanni Paolo II ai giovani argentini nel 1985: «La giovinezza è una tappa fondamentale della vita umana; si manifesta, tra le altre caratteristiche, per il suo desiderio di un mondo migliore sia dal punto di vista spirituale che materiale. Per questo, nel corso della storia dell’umanità, i giovani hanno sognato l’avvento di un mondo più giusto, più fraterno, più tollerante, più solidale e più abitabile». E ancora: «Voi sperimentate talvolta dei sentimenti frammisti a disillusione e frustrazione davanti alle difficoltà di un rapido rinnovamento sociale, politico, culturale e anche religioso, desiderato con tanto ardore. Ciò può portarvi a vivere alle frontiere del timore e della speranza. Davanti a una situazione simile, è di vitale importanza trovare delle solide ragioni che vi permettano di vivere, di credere, di sperare e di amare pienamente. In questi momenti cruciali della vostra esistenza, vi invito ad avvicinarvi alla Chiesa, sempre giovane, che vuole presentarvi Cristo come compagno e amico di tutti i giovani» [4].
Vediamo quindi che dall'alternativa tra utopia e disaffezione, si passa all'ipotesi della grande responsabilità dei giovani, i quali sono partecipi delle cose future già a partire da quelle presenti. Un onere che potrebbe sembrare fin troppo gravoso! I giovani - come ci ha ricordato Giovanni Paolo II - non sono tuttavia soli in questa missione. Essi possono trovare un solido riferimento nel Vangelo e nella dottrina sociale della Chiesa.
Se quella dei giovani è una chiamata, qual è il modello al quale fare riferimento? Vorrei rifarmi a due figure, che se vogliamo rappresentano due paradigmi della politica, e cioè Niccolò Machiavelli (1469-1527) e Tommaso Moro (1478-1535). Il primo, esempio di una politica dell'astuzia e dell'utilitarismo; il secondo, modello della politica come servizio, come via della santità e finanche del martirio. Due grandi ingegni, due uomini che passiamo definire rinascimentali, eppure portatori di una visione diametralmente opposta della politica. Se guardiamo al mondo di oggi, si sarebbe tentati dall'affermare che il modello proposto da Machiavelli è quello che ha avuto maggiore fortuna. Mentre quello di Moro sembra avere la natura di un'eccezione, di una vocazione personale che non indica necessariamente una strada da seguire, un modello praticabile per tutti e in particolare per i giovani che si affacciano alla politica. Come orientarsi allora?
Prima di procedere nella nostra analisi, ascoltiamo ciò che ha detto Giovanni Paolo II ai giovani argentini nel 1985: «La giovinezza è una tappa fondamentale della vita umana; si manifesta, tra le altre caratteristiche, per il suo desiderio di un mondo migliore sia dal punto di vista spirituale che materiale. Per questo, nel corso della storia dell’umanità, i giovani hanno sognato l’avvento di un mondo più giusto, più fraterno, più tollerante, più solidale e più abitabile». E ancora: «Voi sperimentate talvolta dei sentimenti frammisti a disillusione e frustrazione davanti alle difficoltà di un rapido rinnovamento sociale, politico, culturale e anche religioso, desiderato con tanto ardore. Ciò può portarvi a vivere alle frontiere del timore e della speranza. Davanti a una situazione simile, è di vitale importanza trovare delle solide ragioni che vi permettano di vivere, di credere, di sperare e di amare pienamente. In questi momenti cruciali della vostra esistenza, vi invito ad avvicinarvi alla Chiesa, sempre giovane, che vuole presentarvi Cristo come compagno e amico di tutti i giovani» [4].
Vediamo quindi che dall'alternativa tra utopia e disaffezione, si passa all'ipotesi della grande responsabilità dei giovani, i quali sono partecipi delle cose future già a partire da quelle presenti. Un onere che potrebbe sembrare fin troppo gravoso! I giovani - come ci ha ricordato Giovanni Paolo II - non sono tuttavia soli in questa missione. Essi possono trovare un solido riferimento nel Vangelo e nella dottrina sociale della Chiesa.
(1-Continua)
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