venerdì 5 marzo 2010

SPECIALE ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE" - LA CARITA' INTELLETTUALE TESTIMONIATA / 3 (89.ESIMA PARTE)

26 febbraio 2010
Tratto da ZENIT.org

Continua la pubblicazione del testo della relazione che il prof. Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato e responsabile del Centro dipartimentale per la Ricerca dell’Università Europea di Roma (Uer), ha tenuto il 24 febbraio scorso intervenendo all’Uer alla presentazione del nuovo libro di mons. Lorenzo Leuzzi, “Eucarestia e carità intellettuale. Prospettive teologico-pastorali dell’Enciclica Caritas in Veritate” (Libreria Editrice Vaticana).
5. Impegno di carità
Il circolo argomentativo si chiude recuperando la premessa da cui si è partiti, che sta, in definitiva, nella bontà dell’agire in concreto.
Valga questo esempio.
Otto di mattina: esame all’Università, Facoltà di Architettura, Scienza delle costruzioni. Immaginiamoci un’aula più o meno ampia, con pochi banchi ed una lunga cattedra dove dovrebbe svolgersi l’esame. Decine di studenti che attendono l’arrivo del professore. Il professore non arriva e, invece, entra il bidello che appende al muro un cartello con su scritto “esame rinviato a data da destinarsi”.
Secondo scenario. Questa volta, sette di mattina. Fila all’entrata della segreteria. Una parte di queste persone attende fino alle 11: purtroppo la coda è troppo lunga e arrivati ad un certo punto si blocca la fila e non si fa entrare più nessuno.
La mente dello studioso di diritto, ma anche del cittadino animato da senso comune, corre subito alla nostra Carta costituzionale: art. 34 (…”diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”). Bisognerebbe leggerla più spesso la Costituzione! Perché rimane ancora oggi l’architrave su cui si fonda la Democrazia e la libertà del popolo ed è tra le più ammirate nel mondo intero.
Le libertà costituzionali sono indissolubilmente legate ai diritti fondamentali. Art. 3, comma 2, “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… che limitando di fatto la libertà… impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Compito della Repubblica certo, ma chi lo assolve poi in concreto quel compito: uomini, donne, persone con le loro radici, il loro modo di declinare i valori in cui credono.
La prima condizione per assolvere quella missione di libertà è che sia percepita con la responsabilità di chi sente che agisce non per un interesse proprio ma per una libertà e dunque un diritto fondamentale altrui.
Tale responsabilità, tale impegno - è ovvio - può avere un fondamento tutto umano, oppure morale, ma è certamente un atto libero.
Ecco allora che si disegna un circolo libertà individuale - responsabilità - libertà altrui che può essere virtuoso, oppure fallimentare.
Virtuoso, quando la responsabilità, significa consapevolezza delle proprie azioni. Ed è allora che quei principi teorici, contenuti nella Costituzione, nella nostra coscienza, e che coincidono con i principi elaborati all’esperienza della Dottrina sociale, rivivono. Soltanto dal farsi concreto di quei principi accadrà che quello studente che se ne è tornato a casa senza aver potuto dare l’esame riacquista fiducia perché sa dove rivolgersi, con chi entrare in dialogo, ritrova l’Università, il loro ruolo.
E a questo punto la carità non è più qualcosa di astratto ma diventa qualcosa di vivente, di incarnato.
E’ un circolo invece fallimentare se la responsabilità non è sentita. La libertà è fine a se stessa (il caso del professore assenteista o dell’impiegato irresponsabile). Certamente si resta responsabili, e cioè si dovrà comunque rendere ragione del proprio comportamento. Ma non si raggiungerà l’obiettivo di garantire le libertà e i diritti altrui. Il cerchio libertà individuale - responsabilità - tutela della libertà altrui resta monco di quest’ultimo segmento, che è decisivo per valutare la bontà della missione.
Dunque libertà e responsabilità sono sempre indissolubilmente legate ma vanno orientate. Allora una parola per la nuova agenda della cultura accademica discende dalla scommessa che, dinanzi ad un generale smarrimento post ideologico e post 11 settembre, l’Università torni ad “orientare”. E siccome orientare significa letteralmente disporsi in un certo modo rispetto ai punti cardinali, e cioè scegliere, rispetto a libertà e responsabilità i docenti devono scegliere se muoversi nell’orizzonte dell’interesse degli studenti, o solo di se stessi. Significa stabilire la propria esatta posizione in questa prospettiva.
La missione della trasmissione del sapere, se davvero libera e responsabile, insomma deve dare l’orientamento, deve mostrare agli studenti l’ago della bussola, come ci si orienta.
Per questo motivo il tema più qualificante per il docente non può che essere quello di offrire il metodo perché lo studente apprenda nella carità. Perché dare un metodo per apprendere nella carità è il più grande atto di fiducia che i docenti possono fare agli studenti, significa lasciare la bussola nelle loro mani, consentire che si orientino da soli, avendo indicato la strada.
Qui gioca un ruolo straordinario, una parola antichissima e ormai espunta dal vocabolario culturale: verità[23].
L’orientare del sapere si fa orientarsi dei discenti. E’ l’applicazione più compiuta del principio di sussidiarietà. Sussidiarietà non più percepita soltanto come “agire” dell’Università, ma come “scelta” dello studente.
Ma poter scegliere non basta. Perché l’orientarsi sia davvero libero occorre che circolino informazioni, vi sia aggiornamento, cioè ricerca; e anche qui libertà e responsabilità assumono, rispetto al grande tema della cultura, il preciso significato di garanzia di pluralismo dei metodi nella ricerca della verità. Dunque il paradigma dell’orientare l’Università verso la libertà e l’apprendimento dei metodi migliori fondati sulla carità affinchè gli studenti siano capaci di orientarsi da soli con scelte consapevoli, si realizza offrendo loro il massimo aggiornamento nell’informazione scientifica secondo verità.
E’ proprio questo rapporto della cultura con la verità che costituisce il punto focale, anzi il punto debole, del dibattito maggiore e fondamentale delle nostre società contemporanee [24]. Non si deve dimenticare che anche la verità è un diritto dello studente, ed è il primo.
E il modo migliore per apprenderla, come metodo e come fine, è testimoniarla, la verità: questo, in definitiva, mi pare il significato più fecondo dell’espressione “carità intellettuale” [25].

(3-Continua)

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