6 marzo 2010
Tratto da ZENIT.org
Continua la pubblicazione del discorso pronunciato il 19 febbraio scorso a Riccione dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, intervenendo a una riunione dell'associazione Rete Italia.
Conclusione: la politica è cosa sporca?
Siamo giunti a tracciare qualche linea conclusiva. Riprendiamo quindi il nostro interrogativo iniziale, il dilemma per i giovani e la giovane generazione di politici cattolici ai quali ha rivolto l'appello Benedetto XVI: la politica é cosa sporca?
Don Luigi Sturzo - al quale abbiamo già fatto cenno -, in uno scritto del 1942 offre la seguente risposta: «La politica non è una cosa sporca. Pio XI [...] la definì "un atto di carità del prossimo". Infatti, lavorare al bene di un paese, o di una provincia, o di una città […] è fare del bene al prossimo riunito in uno Stato, o provincia, o città [...]. In ogni nostra attività noi incontriamo il prossimo: chi può vivere isolato? E i nostri rapporti con il prossimo sono di giustizia e di carità. La politica è carità, ma non nel senso che non costituisca un dovere; il dovere c'è ed è quello che oggi si chiama dovere civico o dovere sociale» [26].
Se, dunque, volessimo attualizzare l'insegnamento di don Sturzo, e cogliere il senso della missione di una nuova generazione di politici cattolici, dovremmo anzitutto pensare all'universalizzazione della carità politica. In tempi più recenti, Chiara Lubich, iniziatrice, fra l’altro, del Movimento Politico per l’Unità, ha definito questa carità “amore politico”: «Il compito dell’amore politico - ha detto - è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade e ferrovie, di regole certe… La politica è perciò l’amore degli amori, che raccoglie nell’unità di un disegno comune la ricchezza delle persone e dei gruppi, consentendo a ciascuno di realizzare liberamente la propria vocazione. Ma fa pure in modo che collaborino tra loro, facendo incontrare i bisogni con le risorse, le domande con le risposte, infondendo in tutti fiducia gli uni negli altri»[27].
Una visione della politica intesa come esercizio di responsabile carità verso il prossimo e che si colloca nel cuore della dottrina sociale della Chiesa. Come insegna Benedetto XVI: «Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità [...]. Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro - relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» [28].
Attraverso la lente della carità, le micro - relazioni, come l'amicizia e la famiglia, e le macro-relazioni, come lo Stato e la comunità internazionale, risultano essere connesse ed interdipendenti. In questo senso, ogni relazione umana ha una valenza pubblica: «Tutti i vizi sociali che si oppongono all'amore, quali l'invidia, l'odio, l'ira, il disprezzo, la superbia, sono cagioni e sorgenti d'ingiustizia» [29]. Ciò richiama tutti ad orientare la propria vita e le proprie relazioni alla virtù. Poiché dalla virtù della persona dipende la virtù della società. Non esiste separazione tra etica individuale ed etica sociale, «le virtù umane sono tra loro comunicanti, tanto che l'indebolimento di una espone a rischio anche le altre» [30].
Per i cattolici il richiamo alla virtù diventa un imperativo che si lega alla propria missione nella storia, cioè quella di orientare la società a valori superiori. Afferma sempre don Sturzo: «La missione del cattolico in ogni attività umana, politica economica [...] è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa» [31].
Quale modello di politica allora? Risulta sempre ineludibile il machiavellismo? La grandezza di Machiavelli è stata quella di mettere a nudo quello che gli uomini fanno, ma «tra ciò che gli uomini fanno e quello che dovrebbero fare [...] c'è una differenza notevole» [32]. Come afferma Maritain, la responsabilità di Machiavelli è quindi quella di «aver accettato, riconosciuto e accolto come regola il fatto dell'immoralità della politica e di aver dichiarato che la buona politica, quella conforme alla sua natura e ai suoi fini autentici, è per essenza una politica non morale» [33].
Quella proposta dal machiavellismo è quindi l'illusione del successo immediato [34]. Mentre il bene comune non si esprime nell'immediato, ma nella storia. La politica è chiamata a confrontarsi con la fragilità dell'uomo, anche ad apprendere dagli errori del passato e del presente, ma sempre coltivando la responsabilità dell'avvenire, da orientare alla virtù: «la giustizia opera, con la sua propria causalità, nel senso della prosperità e del successo per l'avvenire, come una buona linfa opera in vista del frutto perfetto; [...] il machiavellismo, con la sua propria causalità, opera per la rovina e la bancarotta, come il veleno nella linfa opera per la malattia e la morte dell'albero» [35].
Ecco allora la chiamata per una nuova generazione di politici cattolici: l'impegno di iniettare buona e nuova linfa nella società, orientandola alla virtù, con rettitudine e discernimento alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa.
Vi saluto quindi con un questi auspici, affidandovi al Signore e lasciandovi, come un faro per la vostra opera, le parole Don Luigi Giussani: «Non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli. All’impegno del singolo uomo spetta questa fatica, la cui funzione dell’esistenza sta proprio in quel tentativo […]. Il compito di coloro che hanno scoperto Gesù Cristo - il compito della comunità cristiana - è proprio quello di realizzare il più possibile la soluzione degli umani problemi in base al richiamo di Gesù […]. Riconoscere e seguire Cristo (fede) genera così un atteggiamento esistenziale caratteristico per cui l’uomo è un camminatore eretto e infaticabile verso una meta non ancora raggiunta, certo del futuro perché tutto poggiato sulla Sua presenza (speranza); nell’abbandono e nell’adesione a Gesù Cristo, fiorisce un’affezione nuova a tutto (carità), che genera un’esperienza di pace, l’esperienza fondamentale dell’uomo in cammino» [36].
Ed infine possiamo fare nostro, con realismo, il noto aforisma di Tommaso Moro, che rivolgendosi a Dio, pregava: «di avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, di avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere».
Tratto da ZENIT.org
Continua la pubblicazione del discorso pronunciato il 19 febbraio scorso a Riccione dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, intervenendo a una riunione dell'associazione Rete Italia.
Conclusione: la politica è cosa sporca?
Siamo giunti a tracciare qualche linea conclusiva. Riprendiamo quindi il nostro interrogativo iniziale, il dilemma per i giovani e la giovane generazione di politici cattolici ai quali ha rivolto l'appello Benedetto XVI: la politica é cosa sporca?
Don Luigi Sturzo - al quale abbiamo già fatto cenno -, in uno scritto del 1942 offre la seguente risposta: «La politica non è una cosa sporca. Pio XI [...] la definì "un atto di carità del prossimo". Infatti, lavorare al bene di un paese, o di una provincia, o di una città […] è fare del bene al prossimo riunito in uno Stato, o provincia, o città [...]. In ogni nostra attività noi incontriamo il prossimo: chi può vivere isolato? E i nostri rapporti con il prossimo sono di giustizia e di carità. La politica è carità, ma non nel senso che non costituisca un dovere; il dovere c'è ed è quello che oggi si chiama dovere civico o dovere sociale» [26].
Se, dunque, volessimo attualizzare l'insegnamento di don Sturzo, e cogliere il senso della missione di una nuova generazione di politici cattolici, dovremmo anzitutto pensare all'universalizzazione della carità politica. In tempi più recenti, Chiara Lubich, iniziatrice, fra l’altro, del Movimento Politico per l’Unità, ha definito questa carità “amore politico”: «Il compito dell’amore politico - ha detto - è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade e ferrovie, di regole certe… La politica è perciò l’amore degli amori, che raccoglie nell’unità di un disegno comune la ricchezza delle persone e dei gruppi, consentendo a ciascuno di realizzare liberamente la propria vocazione. Ma fa pure in modo che collaborino tra loro, facendo incontrare i bisogni con le risorse, le domande con le risposte, infondendo in tutti fiducia gli uni negli altri»[27].
Una visione della politica intesa come esercizio di responsabile carità verso il prossimo e che si colloca nel cuore della dottrina sociale della Chiesa. Come insegna Benedetto XVI: «Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità [...]. Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro - relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» [28].
Attraverso la lente della carità, le micro - relazioni, come l'amicizia e la famiglia, e le macro-relazioni, come lo Stato e la comunità internazionale, risultano essere connesse ed interdipendenti. In questo senso, ogni relazione umana ha una valenza pubblica: «Tutti i vizi sociali che si oppongono all'amore, quali l'invidia, l'odio, l'ira, il disprezzo, la superbia, sono cagioni e sorgenti d'ingiustizia» [29]. Ciò richiama tutti ad orientare la propria vita e le proprie relazioni alla virtù. Poiché dalla virtù della persona dipende la virtù della società. Non esiste separazione tra etica individuale ed etica sociale, «le virtù umane sono tra loro comunicanti, tanto che l'indebolimento di una espone a rischio anche le altre» [30].
Per i cattolici il richiamo alla virtù diventa un imperativo che si lega alla propria missione nella storia, cioè quella di orientare la società a valori superiori. Afferma sempre don Sturzo: «La missione del cattolico in ogni attività umana, politica economica [...] è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa» [31].
Quale modello di politica allora? Risulta sempre ineludibile il machiavellismo? La grandezza di Machiavelli è stata quella di mettere a nudo quello che gli uomini fanno, ma «tra ciò che gli uomini fanno e quello che dovrebbero fare [...] c'è una differenza notevole» [32]. Come afferma Maritain, la responsabilità di Machiavelli è quindi quella di «aver accettato, riconosciuto e accolto come regola il fatto dell'immoralità della politica e di aver dichiarato che la buona politica, quella conforme alla sua natura e ai suoi fini autentici, è per essenza una politica non morale» [33].
Quella proposta dal machiavellismo è quindi l'illusione del successo immediato [34]. Mentre il bene comune non si esprime nell'immediato, ma nella storia. La politica è chiamata a confrontarsi con la fragilità dell'uomo, anche ad apprendere dagli errori del passato e del presente, ma sempre coltivando la responsabilità dell'avvenire, da orientare alla virtù: «la giustizia opera, con la sua propria causalità, nel senso della prosperità e del successo per l'avvenire, come una buona linfa opera in vista del frutto perfetto; [...] il machiavellismo, con la sua propria causalità, opera per la rovina e la bancarotta, come il veleno nella linfa opera per la malattia e la morte dell'albero» [35].
Ecco allora la chiamata per una nuova generazione di politici cattolici: l'impegno di iniettare buona e nuova linfa nella società, orientandola alla virtù, con rettitudine e discernimento alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa.
Vi saluto quindi con un questi auspici, affidandovi al Signore e lasciandovi, come un faro per la vostra opera, le parole Don Luigi Giussani: «Non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli. All’impegno del singolo uomo spetta questa fatica, la cui funzione dell’esistenza sta proprio in quel tentativo […]. Il compito di coloro che hanno scoperto Gesù Cristo - il compito della comunità cristiana - è proprio quello di realizzare il più possibile la soluzione degli umani problemi in base al richiamo di Gesù […]. Riconoscere e seguire Cristo (fede) genera così un atteggiamento esistenziale caratteristico per cui l’uomo è un camminatore eretto e infaticabile verso una meta non ancora raggiunta, certo del futuro perché tutto poggiato sulla Sua presenza (speranza); nell’abbandono e nell’adesione a Gesù Cristo, fiorisce un’affezione nuova a tutto (carità), che genera un’esperienza di pace, l’esperienza fondamentale dell’uomo in cammino» [36].
Ed infine possiamo fare nostro, con realismo, il noto aforisma di Tommaso Moro, che rivolgendosi a Dio, pregava: «di avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, di avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere».
(6-Continua)
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