lunedì 15 marzo 2010

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA PER I NUOVI POLITICI CATTOLICI (QUARTA PARTE)

6 marzo 2010
Tratto da ZENIT.org
Continua la pubblicazione del discorso pronunciato il 19 febbraio scorso a Riccione dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, intervenendo a una riunione dell'associazione Rete Italia.
a) Dignità della persona umana
Il primo principio permanente della dottrina sociale della Chiesa è la dignità della persona umana. Come si afferma nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «Tutta la vita sociale è espressione della sua inconfondibile protagonista: la persona umana». Lungi dall'essere l'oggetto e un elemento passivo della vita sociale, l'uomo «ne è invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine. Da lui pertanto ha origine la vita sociale, la quale non può rinunciare a riconoscerlo suo soggetto attivo e responsabile e a lui ogni modalità espressiva della società deve essere finalizzata» [11].
Utilizzando una felice espressione di Kant, potremmo dire che l'uomo è sempre il fine e mai il mezzo della politica: «L'uomo esiste come fine in sé, non soltanto come mezzo adoperabile a piacere per questa o quella volontà […].L'uomo non è una cosa, e quindi non è qualcosa che può esser adoperato solo come mezzo [...]. Dunque io non posso disporre dell'uomo nella mia persona, non posso mutilarlo, danneggiarlo, ucciderlo» [12]. Dalla visione dell'uomo si comprende la stessa natura della visione politica. Abbiamo fatto cenno a Machiavelli, il quale sosteneva al contrario una visione strumentale dell'uomo affermando che: «a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l'uomo», e che «governare è ingannare» [13].
Ogni questione politica riconduce quindi all'uomo. I diritti, i doveri, la giustizia, la pace, sono termini privi di senso in assenza di un radicamento nel valore assoluto della dignità umana. Il primo principio ispiratore della politica è la dignità dell'uomo, creato a, immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27), che Tommaso d'Aquino definisce «quanto di più nobile nell'universo» [14] e Gaudium et spes dice che in terra «è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso» [15].
Credo che valga la pena, a questo proposito, fare un accenno al problema emergente della bioetica che tocca le questioni legate alla vita umana. Benedetto XVI, ricevendo i partecipanti all’assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita (13 febbraio 2010) ha ricordato che la vita è soggetto di diritto e non oggetto di arbitrio, e pertanto ha ricordato che «coniugare bioetica e legge morale naturale permette di verificare al meglio il necessario e ineliminabile richiamo alla dignità che la vita umana possiede intrinsecamente dal suo primo istante fino alla sua fine naturale […]. La storia ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell’etica. Senza principi universali che consentono di verificare un denominatore comune per l’intera umanità, il rischio di una deriva relativistica a livello legislativo non è affatto da sottovalutare. La legge morale naturale, forte del proprio carattere universale, permette di scongiurare tale pericolo e soprattutto offre al legislatore la garanzia per un autentico rispetto sia della persona, sia dell’intero ordine creaturale […]. La legge morale naturale "appartiene al grande patrimonio della sapienza umana, che la Rivelazione, con la sua luce, ha contribuito a purificare e a sviluppare ulteriormente»[16].
A questo punto mi pare conveniente citare anche una bella pagina di Don Luigi Giussani, permeata dalla sapienza umana e cristiana, che lui stesso intitola “Il valore della persona”: «Fattore fondamentale dello sguardo di Gesù Cristo è l’esistenza nell’uomo di una realtà superiore a qualsiasi realtà soggetta al tempo e allo spazio. Tutto il mondo non vale la più piccola persona umana; questa non ha nulla di paragonabile a sé nell’universo, dal primo istante della sua concezione fino all’ultimo passo della sua decrepita vecchiaia. Ogni uomo possiede un principio originale e irriducibile, fondamento di diritti inalienabili, sorgente di valori. Il valore non si può confondere (come siamo da una mentalità corrente sempre tentati di fare) con le reazioni che siamo indotti ad assumere. In questo modo il valore della persona tende ad essere ridotto ai termini prevalenti della mentalità propria all’ambito in cui vive. Al contrario, la persona gode di un valore e di un diritto in sé, che nessuno può attribuirle o toglierle. Il valore racchiude il motivo, lo scopo di un’azione, il “ciò per cui vale la pena agire”, o esistere. Quindi, essere sorgente di valori significa per la persona avere in sé lo scopo del proprio agire. Per tutto ciò Gesù dimostra nella sua esistenza una passione per il singolo, un impeto per la felicità dell’individuo che ci porta a considerare il valore della persona come qualcosa di incommensurabile, irriducibile. Il problema dell’esistenza del mondo è la felicità del singolo uomo»[17].
b) Solidarietà
Nella realtà contemporanea in particolare appare evidente la stretta, diremmo genetica, interdipendenza tra persone e popoli. L'essere umano è per sua natura sociale. Ciò riconduce al secondo principio permanente della dottrina sociale della Chiesa, e cioè la solidarietà, la quale, non è superfluo precisare, non pone in secondo piano la giustizia, ma anzi offre a questa un orizzonte senza del quale anche la giustizia si trasforma paradossalmente in uno strumento di male: summum ius, summa iniuria!
La solidarietà ha dunque una duplice natura: quella di virtù morale e di principio sociale. Essa deve essere colta anzitutto nel suo valore di principio sociale ordinatore delle istituzioni, in base al quale le «strutture di peccato» [18] che dominano i rapporti tra persone e popoli, devono essere superate e trasformate in strutture di solidarietà, mediante la creazione o l'opportuna modifica di ordinamenti, di norme, di regole di mercato. Sul piano morale la solidarietà non è poi una superficiale compassione per i mali altrui, ma al contrario la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: «ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» [19].

(4-Continua)

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