domenica 9 gennaio 2011

"MA CHE FACCIA TOSTA!" - ROBERTO TUNDO SILURA IL SINDACO E LA MAGGIORANZA CHE SI AUTOPROMUOVONO, RISPONDENDOGLI AL MANIFESTO

Comunicato Stampa
Ancora una volta il sindaco di Melissano e la sua maggioranza si autopromuovono. Questa volta si attribuiscono il merito di aver promosso “serie e concrete politiche di sviluppo economico e produttivo” del territorio melissanese.
Per Falconieri e la sua giunta comunale le opposizioni non sono altro che “una presenza politica insignificante e nociva per il tessuto socio-economico-culturale e civile della nostra comunità”.
Davvero abbiamo a Melissano una maggioranza che lavora per il bene comune e una opposizione incapace?
O non è forse vero il contrario?
Pensano, davvero, il sindaco e la sua maggioranza, che con le migliaia di euro spese per il gemellaggio con Ogrodzieniec e per le missioni commerciali in Polonia si siano realizzati "risultati tali -parole testuali di Roberto Falconieri- da permettere uno sviluppo economico, sociale e culturale per la nostra Comunità, per i giovani e per le generazioni future"?
E non si dica che tali risultati non si realizzano dall'oggi a domani, perché sono trascorsi ormai più di dieci anni, precisamente dall’agosto 1999, che il sindaco Falconieri magnifica "le grandi possibilità di scambi culturali, turistici, sportivi ed economici che tutti i paesi dell'Est possono offrire".
Pensano davvero, Falconieri e la sua maggioranza, che con i 60mila euro messi a disposizione dalla Regione Puglia nel mese di dicembre del 2009 per allestire il Mercatino di Natale, gli imprenditori di Melissano abbiano ricevuto qualche opportunità economica?
Eppure per l'iniziativa era previsto che gli espositori sarebbero stati "selezionati tra quelli appartenenti alla comunità del cibo, formata da soggetti che operano nel settore agro-alimentare e che si caratterizzano per la qualità e la sostenibilità delle loro produzioni".
Al Comune di Melissano, inoltre, il Mercatino del Natale doveva assicurare, "quantitativamente un flusso importante di visitatori provenienti non soltanto dal territorio regionale, permettendo in tal modo un efficace posizionamento tra le città degli eventi ed una valorizzazione dei beni storici, artistici ed architettonici del borgo antico".
Ma quando mai? Ancora una volta solo parole!
Pensano, davvero, il sindaco e la sua maggioranza, che con i milioni di euro che si stanno spendendo per la realizzazione della Piattaforma Intermodale Logistica si darà a breve, alcun reale aiuto ad imprenditori, artigiani, commercianti e contadini di Melissano?
Questa è una lunga storia che ha inizio nel 1996 quando fu pomposamente inaugurato -proprio da Falconieri insieme all'on. Massimo D'Alema e ad altre autorità- il Centro di Carico Ortofrutticolo che doveva consentire la spedizione di 50mila tonnellate annue.
Realizzato per l'ammodernamento ed il potenziamento della Ferrovia Sud Est, il complesso era destinato al servizio di carico di ortofrutticoli, in particolare uve, provenienti dal comprensorio agricolo.
Anche le attività industriali e terziarie della zona ne avrebbero tratto beneficio. Ma il Centro di Carico Ortofrutticolo non è mai entrato in funzione. Sulle ceneri del Centro di Carico Ortofrutticolo, ora si sta realizzando la Piattaforma Intermodale Logistica. Il progetto, da 7 milioni di euro, è pensato per integrare il trasporto delle merci: su ferrovia, visto che esistono già le opere della Ferrovia Sud Est, su gomma grazie al collegamento con la superstrada Leuca-Gallipoli-Lecce, su mare tramite il porto di Gallipoli.
Al momento, però, si sta realizzando soltanto il primo lotto per un importo complessivo di 2 milioni e ottocentomila euro: per rendere efficacemente operativa la Piattaforma Intermodale Logistica occorrerà finanziarne il completamento con altri 4 milioni di euro, provvedere alla sua gestione coinvolgendo enti pubblici ed imprenditoria privata, ecc. ecc. Insomma, chi sa quando e se mai entrerà in funzione.
Sono forse queste le "serie e concrete politiche di sviluppo economico e produttivo” del territorio melissanese?
Tanti soldi sono stati spesi, ma per opere e progetti di dubbia utilità! O no?
Questi sono i fatti; al sindaco Falconieri lasciamo le chiacchiere!
Roberto Tundo
Capogruppo di "Melissano Cambia"

APPROFONDIMENTO / IDONEITA', PREPARAZIONE E GIUSTA DISPOSIZIONE DEI PADRINI

Tratto dal Sito Internet
della Diocesi di Nardò-Gallipoli
Si ricorda che è un preciso dovere del parroco accertare che i fedeli ammessi all'ufficio di padrino/madrina siano realmente idonei a svolgere tale compito, escludendo i cosiddetti "irregolari" (ad esempio quanti convivono "more uxorio", gli sposati solo civilmente, i divorziati risposati, quanti aderiscono notoriamente ad ideologie materialistiche o atee): cf. CJC, can. 874.
Il compito essenzialmente educativo esige inoltre che anche i padrini ricevano in occasione del sacramento una opportuna catechesi sul significato del sacramento e sugli obblighi che esso comporta (CJC, can. 851, §2).
Non siano ammessi inoltre a fare da padrini gli stessi genitori del battezzato, né due soggetti dello stesso sesso.
Non si tralasci quindi il dovere della catechesi verso genitori e padrini, che include anche l'esortazione a celebrare il sacramento "in grazia di Dio".
Sacerdoti, genitori e padrini abbiano inoltre cura che al battezzato non venga imposto nome estraneo al senso cristiano (CJC, can. 855).

venerdì 7 gennaio 2011

PREVIDENZA E ASSISTENZA / I CERTIFICATI MEDICI DI MALATTIA SOLO ON-LINE

Ha preso il via la trasmissione on-line dei certificati di malattia. A partire dal 3 aprile 2010 il medico curante è tenuto a inviare la certificazione di malattia del lavoratore privato e pubblico in via telematica all’Inps.
Secondo la nuova procedura, il medico, dipendente del Servizio sanitario nazionale o in regime di convenzione, deve ora acquisire e inviare on-line i certificati medici al sistema di accoglienza centrale (Sac) del ministero dell’Economia e delle finanze che provvede in automatico a inoltrarli all’Inps.
Dopo aver ricevuto dal Sac il numero identificativo, il medico rilascia al lavoratore una copia cartacea dell’attestato di malattia (privo della diagnosi) da consegnare al datore di lavoro e il certificato con la diagnosi per l’assistito.
L’Inps, sul suo sito Internet, mette a disposizione dei datori di lavoro le attestazioni di malattia rilasciate dal medico per la consultazione e la stampa.
Anche i lavoratori, che si accreditano al servizio tramite un codice Pin, possono consultare e stampare i dati dei propri certificati e attestati di malattia.
Con la nuova procedura, il lavoratore del settore privato non deve più trasmettere all’Inps il certificato di malattia, salvo i casi di impossibilità di invio telematico da parte del medico. E’ tenuto comunque a recapitare entro due giorni dal rilascio l’attestazione di malattia al datore di lavoro, salvo il caso in cui quest’ultimo ne richieda all’Inps la trasmissione telematica.
Questo adempimento è venuto meno invece per i dipendenti pubblici, in quanto è l’Inps a inviare l’attestato di malattia all’ente di appartenenza. Il sistema centrale dell’Inps indirizza verso le proprie sedi i certificati dei lavoratori aventi diritto all’indennità di malattia per la disposizione di visite mediche di controllo e, nei casi previsti, per il pagamento diretto delle prestazioni. (Damiano Bettoni)
IL RICOVERO E LA PENSIONE
In un periodo in cui non si lavora a motivo dei ricoveri in ospedale, questi stessi sono riconosciuti per la pensione?
Per le giornate di ricovero in ospedale o in altre strutture pubbliche durante i periodi di non occupazione è possibile chiedere l’accredito figurativo della malattia insorta al di fuori del rapporto di lavoro.
Per il riconoscimento del periodo è sufficiente presentare, in qualsiasi momento anche all’atto del pensionamento, la cartella clinica.

OLTRE IL NATALE (24) - GLI EMIGRANTI, I RE MAGI MODERNI

Di padre Renato Zilio
6 gennaio 2011
Tratto da ZENIT.org
“Ma, allora, i re magi siamo noi!”, esclama orgoglioso un emigrato italiano appena terminata la Messa. Illuminato come da una rivelazione improvvisa, sta traducendo l’omelia di oggi, festa dell’Epifania, in termini quotidiani, spiccioli, con personaggi nostri.
Avevo spiegato poco prima per filo e per segno la dinamica dei re magi: venire da molto lontano, trovarsi perduto, condividere ciò che si ha di più caro, di tipico o di prezioso, mettersi in ginocchio nella terra raggiunta, ammirare la vita in qualcosa di povero e di essenziale incontrato. Infine, essere un re nel proprio paese, ma, strada facendo, diventare un nomade qualsiasi...
Sì, è vero, mi dico, i nostri emigranti italiani all’estero sono dei re magi in carne e ossa per questa terra straniera. Travestiti, tuttavia, da pastori. Quante umiliazioni! Vita difficile, tormentata agli inizi, come ricordava ancora l’altro giorno Antonio: “Sono cinquant’anni che sto qui, ma i primi tempi erano veramente duri, tutt’altra cosa rispetto ad adesso...”. Deve essere stato arduo vivere qui, visto che tuttora non è facile campare in terra inglese per i tanti giovani italiani che vi capitano. E in giro per il mondo i nostri erano chiamati in tanti modi: ritals, macaroni, cìncali, dongo, negri, mafiosi... ma sempre con lo stesso disprezzo.
“È stata la nostra guerra di resistenza!”, commenta Umberto, sulla settantina, ormai con un mezzo sorriso da vecchio combattente. “Quando incontri un uomo lo giudichi dai vestiti, quando te ne separi lo giudichi dal cuore!”, recita qui un vecchio proverbio. All’addio ad ogni emigrante, infatti, sono tanti i volti inglesi che compaiono d’incanto in chiesa. I nostri a volte li senti ripetere: «Abbiamo dato quanto di migliore avevamo a questa terra; non ci resta più niente se non un po’ di salute!». La giovinezza, i figli, le energie migliori, una grande laboriosità, delle belle qualità morali, una cinquantina d’anni di vita... Ecco i tesori aperti e condivisi con un popolo sconosciuto. Il paese qui è cresciuto con loro e attraverso di loro: sì, un’opera di formiche che in massa hanno fatto cose prodigiose come dappertutto i nostri emigranti.
Resta, in fondo, per i nostrani re magi, solo la gioia di veder contenti i figli e i nipoti, acclimatati ormai alla nuova terra. E poi questa invidiabile vita fraterna con un’altra gente, con un altro popolo. Sì, una scoperta grande, da venerare come un vero dono di Dio.
“Per me, invece, che vado spesso all’estero, i re magi sono semmai gli altri...”, interviene Paola, soffiando vento contrario. È una giovane dottoressa che viene spesso in Inghilterra per stage o per congressi. L’ascolto, per capire meglio: “Nel mio campo, per esempio, non si condivide nulla. Ognuno tiene per sé le cose, il proprio sapere come un tesoro geloso”. E porta un esempio: in un recente congresso all’estero ha imparato in soli tre giorni moltissime cose nuove, mentre in un altro a Genova tre specialisti giravano attorno agli argomenti quasi non volessero rivelare nulla. “Se chiedi qualcosa a qualche studioso all’estero - subito ti risponde con precisione - ti dà spiegazioni con calma, ti trasmette sapere; da noi, prima ti guardano come per umiliarti, poi cercano di dare qualche risposta generica”.
E allora, tranquilla, mi precisa: “Qui, è vero, sono freddi, ma in caso di bisogno sono presenti e concreti. Un responsabile che trovavo freddo e distante in un momento di difficoltà si è offerto lui stesso di prestarmi la carta di credito, cosa impensabile con i miei colleghi italiani! Qui trovo che la gente è più concreta, pratica, ti aiuta sul serio; la nostra invece è calorosa, ma poi...”
Mi sorprendo, allora, nell’accostare le due realtà trovandovi come una strana legge del contrappasso. La vecchia lezione dei nostri emigranti che si spezzavano la schiena per gli altri, e i nostri connazionali di oggi, che in un individualismo sorprendente conservano gelosamente i propri tesori, incapaci di condividere. Chissà, sarà forse una nuova regola d’oro quella di curare ognuno il proprio interesse, chiudersi nel particolarismo, perdere di vista il bene comune, il servizio a una comunità e tenere stretto il proprio tesoro?
Così mi viene da pensare, mentre guardo uscire in stormo dalla chiesa questi nostri italiani, vecchi combattenti ormai dal passo inglese. Hanno sempre capito, in fondo, di non appartenere - come i re magi in cammino - a nessuna terra: né a quella di origine, né a quella di arrivo. E in quest’ora avanzata della vita sentono che la terra promessa, da sempre cercata, è ben lontana e tuttavia prossima... È dove ci si sentirà dire, finalmente, come a dei veri re magi giunti alla grotta: “Welcome!”. La parola più rara e più dolce per uno straniero.
Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l'Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista "Presenza italiana". Dopo l'esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d'Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto “Vangelo dei migranti” (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.

OLTRE IL NATALE (23 - Ex rubrica DENTRO IL NATALE) - IL PAPA: IL NATALE NON E' UNA FESTA FATTA DI SENTIMENTALISMI

Prima Udienza generale del 2011
dedicata all'attuale periodo liturgico
6 gennaio 2011
Tratto da ZENIT.org
Il Natale non è una festa fatta di sentimentalismi e moralismi, ma è un mistero che ci invita a lasciarci trasformare da Dio. E' quanto ha detto mercoledì Benedetto XVI nella prima Udienza generale del nuovo anno, caratterizzata dalla presenza di numerosi gruppi giovanili.
Nella giornata di ieri, l'Aula Paolo VI ha accolto infatti 500 bambini provenienti dalla Bielorussia e dalla Lituania, che stanno trascorrendo un mese in Italia ospiti dell'associazione di volontariato Puer di Roma, oltre a 300 ragazzi provenienti da Trani e appartenenti a varie società sportive.
Riflettendo sul periodo liturgico che la Chiesa sta vivendo, il Papa ha sottolineato che “la celebrazione del Natale non ci propone solo degli esempi da imitare, quali l'umiltà e la povertà del Signore, la sua benevolenza e amore verso gli uomini; ma è piuttosto l'invito a lasciarci trasformare totalmente da Colui che è entrato nella nostra carne”.
Secondo Benedetto XVI, il Natale continua a essere una festa che “affascina oggi come una volta, più di altre grandi feste della Chiesa”, perché “tutti in qualche modo intuiscono che la nascita di Gesù ha a che fare con le aspirazioni e le speranze più profonde dell'uomo”.
Eppure c'è il rischio che il consumismo soffochi nel cuore questa “interiore nostalgia”. Da qui l'appello a conservare “il desiderio di accogliere quel Bambino che porta la novità di Dio, che è venuto per donarci la vita in pienezza”. In questo modo - ha detto il Pontefice - “le luci degli addobbi natalizi possono diventare piuttosto un riflesso della Luce che si è accesa con l'incarnazione di Dio”.
Al di là di festoni e luminarie, dunque, i cristiani devono saper cogliere, ha proseguito il Pontefice, quel “qualcosa di sconvolgente” che è accaduto nella notte dell’umanità, e cioè che “la carne” è diventata “lo strumento della nostra salvezza”.
“Celebrare gli eventi dell’incarnazione del Figlio di Dio non è semplice ricordo di fatti del passato – ha poi continuato –, ma è rendere presenti quei misteri portatori di salvezza”, che nella Liturgia e nella celebrazione dei Sacramenti “si rendono attuali e diventano efficaci per noi, oggi”.
Citando a più riprese il Papa San Leone Magno, Benedetto XVI ha spiegato che il Natale è già “l’inizio del mistero centrale della salvezza che culmina nella passione, morte e risurrezione”, “perché Gesù comincia l’offerta di se stesso per amore fin dal primo istante della sua esistenza umana nel grembo della Vergine Maria”.
“La celebrazione liturgica del Natale, allora, non è solo ricordo, ma è soprattutto mistero; non è solo memoria, ma anche presenza”. Ecco quindi che “occorre riscattare questo Tempo natalizio da un rivestimento troppo moralistico e sentimentale”.
Dopo le catechesi e i saluti in varie lingue, Benedetto XVI ha espresso l'auspicio che l’esempio del cammino dei Magi verso Cristo alimenti “il desiderio di incontrare Gesù e di trasmettere a tutti la gioia del suo Vangelo”.

L'ALTRA OMELIA (61) - EPIFANIA: IL BAMBINO CHE DONA LA LUCE ETERNA

Di padre Angelo del Favero
6 gennaio 2011
Tratto da ZENIT.org
“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilli su di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza della genti” (Is 60,1-6).
“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.(…)
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2,1-12).
Su Avvenire del 30 dicembre 2010 leggo una testimonianza luminosa, che mi colpisce anche quale concreto messaggio sul significato dell’“Epifania”, la “manifestazione” del Figlio di Dio, Luce del mondo, nella carne dell’uomo.
La notizia riguarda la missione “Ridare la Luce”, promossa dall’AFMaL (Associazione con i Fatebenefratelli per i Malati Lontani) nelle popolazioni povere dell’Africa, per restituire la vista soprattutto ai bambini ciechi a causa di cataratte o altre malattie dell’occhio. Ecco una sintesi del servizio:
“E’ stato sicuramente un Natale diverso quello di Theresa, 8 anni. Il primo Natale a colori. E’ arrivata da un villaggio vicino Asafo, al confine del Ghana con la Costa d’Avorio. Era cieca. Completamente cieca da entrambi gli occhi. Teneva per mano la mamma incinta del quinto figlio. Impaurita continuava a guardare in basso e fissare il vuoto. La diagnosi? Cataratta bilaterale. Nell’Africa sub-sahariana colpisce oltre duemilioni di persone, che non hanno la possibilità di ricorrere alle cure mediche e chirurgiche. Gli oculisti italiani hanno deciso di operare la bambina a entrambi gli occhi. Un intervento delicato. Ma ora Theresa ci vede, per la prima volta nella sua vita. Sorride, comincia a guardarsi intorno, si orienta e cammina da sola, gioca con gli altri bambini. Per i medici è stata un’emozione fortissima. La mamma non sapeva come trattenere la gioia.”
Credo che la gioia della piccola Theresa, aggiunta a quella della sua mamma e dei medici, rappresenti efficacemente la “grandissima gioia” provata oggi dai Magi, quando, ormai giunti sul luogo indicato dalla stella, poterono vedere ed adorare il Re dei Giudei.
Il racconto di questo “miracolo” della solidarietà umana e della scienza medica, si presta bene ad introdurci nel mistero e nel messaggio della Solennità dell’Epifania del Signore, caratterizzata da una straordinaria abbondanza di Luce.
E’ anzitutto la Luce intravista secoli prima da Isaia: “Alzati, rivestiti di luce, poiché viene la tua luce..Cammineranno le genti alla tua luce.. Allora guarderai e sarai raggiante..” (Is 60,1-3).
Il profeta si rivolge alla Città santa personificata, immersa in una Luce “propria” grazie alla presenza del Signore nel suo Tempio, con un annunzio stupefacente: essa vedrà arrivare tutti i popoli della terra, attirati dal fulgore che promana dalle sue mura. Tutti i suoi figli dispersi ritorneranno e moltiplicheranno in lei la vita, la prosperità e la felicità, dopo la desolazione ed il buio dell’esilio.
“Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più lo splendore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore” (Is 60,19).
E’ questa la stessa Luce divina che rifulge nella Notte santa, la medesima che scaturisce dalla mangiatoia della grotta e che l’arte pittorica ha rappresentato con il corpo incandescente del Bambino Gesù, Luce di Dio fatta persona.
Nella liturgia dell’Epifania, la Luce e la gioia si accompagnano, si generano, si equivalgono: tutto scaturisce dall’evento dell’incarnazione del Signore.
In effetti ogni bambino che nasce per se stesso comunica questa radiosa felicità, ma la fonte e la verità profonda della gioia di tutte le nascite del mondo va cercata e trovata proprio nella “grande gioia” annunciata dagli angeli a tutti i popoli della terra per la nascita del Bambino Gesù, Luce del mondo intero.
Lo abbiamo sentito proclamare più volte in questi giorni, anche dall’apostolo Giovanni: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,9.4).
Ma torniamo al racconto di Matteo, all’ultima scena dei Magi: “Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2,12).
E’ un ritorno che potrebbe sembrare alquanto triste.
Tutto è ora finito, come in un bel sogno che svanisce al risveglio. Certo la stella ed il Bambino erano fatti e persone reali, ma…ora si torna a casa. E’ stato un bel viaggio, racconteremo tante cose. Ma forse qualcuno non crederà alla storia della stella, che noi stessi vedremo svanire a poco a poco nel ricordo. Così potrebbe andarsene anche la gioia del cuore, soffocata dal “tran tran” quotidiano, dagli affanni e dalla tristezza della solita vita.
Ma la piccola Theresa ci illumina: la luce che è stata restituita ai suoi occhi, non le sarà più tolta! Continuerà a gioire per il dono della vista! Continuerà a vedere realmente tutte le cose attorno a sé, non ci sarà più notte per lei, ed anche se si abituerà al fatto di poter vedere il volto della sua mamma, non mancherà mai la gratitudine per la guarigione ottenuta.
Ecco dunque il messaggio nascosto dell’Epifania: lo annuncia anche Giovanni nella sua prima Lettera: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1 Gv 3,1).
La nostra fede in Gesù è fede in qualcosa di assolutamente reale, e non solamente come fatto accaduto, ma come verità personale presente, definitiva, irreversibile.
E la realtà è questa: che Gesù non solo “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) per trentatre anni venti secoli fa, ma vive ed abita in mezzo a noi, oggi, adesso, giorno per giorno, per sempre: realmente!
Egli è “Colui che era, che è e che viene!” (Ap 4,8).
Viene nella Chiesa, viene nell’Eucaristia, viene nella sua Parola, viene nel volto del fratello, viene e si manifesta nell’intimo del mio cuore, ove con il Padre e lo Spirito Santo ha preso stabile dimora il giorno del Battesimo.
Gesù risorto è una persona vicina, è il “Dio-con-me” che mi guarda con amore, mi ascolta con pazienza, condivide tutto ciò che mi accade e gliene da’ il senso, mi comprende più di me stesso, soffre e gioisce con me, ed io posso comunicare con Lui quando voglio, giorno e notte, “in tempo reale”, cioè nella contemporaneità di questa sua presenza costante, fedele, reale come la vita che c’è in me e come la luce del sole in cui sto, Uno che da un momento all’altro potrebbe entrare dalla porta e posare la sua mano sulla mia spalla.
Questa è la sua Luce, la Luce della fede e dell’amore, nella quale i miei occhi Lo vedono realmente, come la piccola Theresa ormai guarita dalla sua cecità.
Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

L'ALTRA OMELIA (60) - MARIA, MADRE DI DIO

Solennità di Maria Santissima Madre di Dio
Di padre Angelo del Favero
1° gennaio 2011
Tratto da ZENIT.org
“Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, com’era stato detto loro” (Lc 2,15-21).
“Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio” (Gal 4,4-7).
Dopo aver rivelato il concepimento divino di Gesù, l’evangelista Luca racconta che, allontanatosi l’angelo Gabriele, Maria raggiunse in fretta la casa di Elisabetta, distante circa 150 chilometri. Questo fatto avvenne nove mesi fa.
Parallelamente, oggi, dopo il racconto della nascita di Gesù, Luca riferisce che i pastori, allontanatisi gli angeli verso il cielo, subito si misero in cammino verso Betlemme, obbedendo alle indicazioni ricevute dall’angelo apparso loro per primo.
In entrambi i casi siamo dunque all’interno del medesimo dinamismo di grazia, suscitato dall’evento-kairòs dell’Incarnazione del Signore.
Infatti, scrivendo ai Galati, Paolo unifica teologicamente i due racconti di Luca menzionando un solo avvenimento: la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi per mezzo di una “donna”, la cui maternità inaugura quella “pienezza del tempo” che è destinata ad estendersi nell’eternità, dato che la Mamma di Gesù, dal 25 marzo di duemila anni fa, è per sempre Madre di Dio.
Forse non è troppo ingenuo immaginare che Gesù, il quale si rivolgeva in terra al Padre chiamandolo teneramente “Abbà! Papà!” (Gal 4,6), in Cielo continui a rivolgersi a sua Madre chiamandola con il dolce nome che è stata la sua prima parola umana da bambino: “mamma”.
Questo pensiero fa sorridere, ma aiuta ad avvicinarci affettivamente al mistero di tenerezza racchiuso nella relazione di Maria con la persona del figlio suo e Figlio di Dio.
Uno stupore che Jean-Paul Sartre ha descritto con sorprendente realismo psicologico:
“La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte da dimenticare che è Dio. Lo stringe tra le braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: Dio è qua, e si sente presa da timore religioso per questo Dio muto, per questo bambino che l’intimorisce. Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. E’ fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. Mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che vive” (in “Bariona o il figlio del tuono”, Natale 1940).
Sì, Maria gode il privilegio di un’intimità divinamente unica con il suo bambino Gesù, ma tale dolcezza ineffabile solo quaranta giorni dopo la nascita sarà già inquinata da dolorosa amarezza per le parole profetiche di Simeone: “e anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35).
Così, Maria (che conosce l’identità del misterioso “Servo del Signore” descritto nel cap. 53 del libro del profeta Isaia), vive nell’attesa dell’estremo martirio, quando dovrà amare il suo Gesù “fino alla fine”, alla fine di entrambi (Gv 13,1).
“Presso la croce di Gesù” (Gv 19,25), Maria starà come madre annichilita, immersa nell’abisso più oscuro della desolazione, un baratro di dolore nel quale Ella non soccombe perchè sostenuta dalla forza della fede.
Nel cammino in salita di questa fede, la mamma di Gesù avanzerà sempre con volontà pronta, faticando, docilmente sottomessa alla dura pedagogia del Figlio, il quale, sin dall’adolescenza, la sottoporrà a progressivi distacchi affettivi, finché “ai piedi della croce, perdendo il Figlio, perderà tutto, eppure tutto riavrà divenendo la madre della Chiesa, corpo del Cristo glorioso”(G. Ravasi, I volti di Maria nella Bibbia, p. 207).
Commenta al riguardo san Bernardo: “L’amore di Cristo è come una freccia prescelta, che non solo si conficcò nell’anima di Maria, ma la trapassò, perché nel suo seno verginale nemmeno la più piccola parte rimanesse vuota d’amore e lei amasse Dio con tutta se stessa e fosse davvero piena di grazia. La trapassò per giungere sino a noi e noi tutti ne partecipassimo e lei diventasse madre di quell’amore di cui Dio è Padre”(id., p. 209).
Così, la Mamma della carne di Dio, divenne madre di ognuno di noi, poichè la duplice consegna del Figlio morente: “Donna, ecco tuo figlio!…Ecco tua madre!” (Gv19,26-27) trasformò la spada di Lei in una sorta di “cordone ombelicale”, che raggiunse le nostre anime generandole a vita nuova.
Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

IL NECROLOGIO DELLA DIOCESI DI NARDO'-GALLIPOLI PER LA MORTE DEL REV. MONS. GIUSEPPE TRANQUILLO RAMUNDO

Tratto dal Sito Internet
diocesinardogallipoli.it
Si è spento ieri, 6 gennaio 2011, nella solennità dell'Epifania del Signore, il Rev. Mons. Giuseppe RAMUNDO (86 anni), originario di Galatone e parroco emerito della Parrocchia Trasfigurazione in Alliste.
I funerali, presieduti da S.E. Mons. Vescovo, si svolgeranno oggi, 7 gennaio 2011, alle ore 16.00, presso la Chiesa Maria SS. Assunta in Galatone (Via Chiesa).
La salma è stata esposta nella stessa Chiesa.
Mons. Giuseppe Tranquillo RAMUNDO nacque il 28 gennaio 1924 a Galatone (LE), fu ordinato diacono il 17 dicembre 1949 nella cappella del Seminario Regionale di Molfetta, seguì l'odinazione sacerdotale il 22.07.1951 nella Cattedrale di Nardò.
E' stato parroco nella Parrocchia Trasfigurazione in Alliste e fu nominato Cappellano di Sua Santità il 28.11.1978.
Ha ricoperto vari incarichi di responsabilità nella chiesa diocesana.
Negli ultimi anni è stato collaboratore pastorale nella Parrocchia Maria SS. Assunta in Galatone.

giovedì 6 gennaio 2011

DIOCESI DI NARDO'-GALLIPOLI IN LUTTO / E' MORTO DON GIUSEPPE RAMUNDO, EX PARROCO DI ALLISTE

Sei in viaggio don Giuseppe!,
ma trattengo per me la tua forza, la tua forte fede, la tua mano tremante, il tuo sorriso.
Continuerai ad esserci dentro di me, come in tutte le persone che hai incontrato, e nel bene che in ogni modo hai offerto.
Un ricordo speciale continuerò a tenerlo per me.
Continua a pregare per noi, con fervore, come sempre hai fatto.
Stefano Giuseppe Scarcella / DE COLORES anche oggi!
Protezione Civile Alliste Felline - "ADDIO DON GIUSEPPE, SEI STATO PER TUTTI NOI UN SECONDO PAPA', CI HAI TENUTO PER MANO LUNGO IL NOSTRO CAMMINO CON I TUOI CONSIGLI E I TUOI INSEGNAMENTI, PENSAVAMO DI NON APPRENDERE MAI QUESTA NOTIZIA. TI RICORDEREMO SEMPRE CON GRANDE AFFETTO E TI PORTEREMO NEL NOSTRO CUORE. DA LASSU' GUIDACI SEMPRE NEL NOSTRO OPERATO E OFFRI AL SIGNORE IL NOSTRO IMPEGNO PER GLI ALTRI. TI ABBRACCIAMO."

mercoledì 5 gennaio 2011

MENTRE SI ACCIUFFANO PER I CAPELLI, I GIOVANI DI MELISSANO PROGETTANO IL FUTURO DI UN PAESE CHE NE HA VISTE DI TUTTI I COLORI

Non è più tempo di rispolverare vecchie mummie o cadaveri in mummificazione politica, è tempo di scendere in piazza per dimostrare che i giovani hanno idee e progetti da realizzare.

SI STANNO SCANNANDO! - ED IL SINDACO FALCONIERI MINACCIA DI QUERELARE IL CONSIGLIERE ROBERTO TUNDO E LA LOCALE SEZIONE DEL POPOLO DELLE LIBERTA'

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"TROPPI SPRECHI",
PDL E PD CRITICANO LA MAGGIORANZA
02 Gennaio 2011
La chiama "una campagna di autopromozione con i soldi dei cittadini" il capogruppo di "Melissano Cambia" all'opposizione, Roberto Tundo. Quella, presunta, del sindaco
Roberto Falconieri e dell'Amministrazione Comunale avviata, a suo dire, in vista delle prossime elezioni. " Un primo manifesto è stato affisso - spiega - per propagandare che nelle opposizioni ci sono miserie politiche, per alcuni, spesso anche morali. Politica nobile e costruttiva nell'operato del Sindaco e dell'intera Amministrazione comunale. Proprio così, testuale, senza alcun pudore, i signori che malgovernano Melissano si autopromuovono a salvatori del bene comune, utilizzando i soldi dei melissanesi". E aggiunge che, con la scusa di "avviare una campagna di sensibilizzazione sull'importanza della raccolta differenziata, la Giunta comunale melissanese ha comprato tre pagine pubblicitarie su un giornale, impegnando la somma di 3600 euro, anche questi soldi dei melissanesi, per esaltare le opere pubbliche realizzate a Melissano". Dulcis in fundo, secondo Tundo, l'ultimo manifesto "per pubblicizzare l'inaugurazione della nuova sede di una attività commerciale, definendo con enfasi l'imprenditrice in questione una delle migliori figlie della nostra Melissano. Ci domandiamo: come mai tanto fervore non è stato dimostrato nei confronti di tutti gli altri bravi imprenditori di Melissano? E poi, è giusto usare i proventi delle tasse che pagano i contribuenti melissanesi per scopi distanti dai fini istituzionali del Comune di Melissano? E' facile fare - conclude - gli splendidi con i soldi degli altri". Proprio sul'ultima questione, quella del manifesto che elogia l'apertura della nuova sede di un'attività commerciale, interviene il Pd che dice "grazie" alla proprietaria ma "grazie anche" a tanti altri artigiani, commercianti e imprenditori, citandone i nomi, "che con il lor impegno quotidiano contribuiscono a far si che la nostra Melissano sia conosciuta al di fuori dei suoi confini. Siete tutti i migliori figli della nostra Melissano (il riferimento è ad un frase del manifesto dell'amministrazione comunale ndr.). Le spese dei nostri manifesti sono state sostenute dal direttivo Pd e non con i soldi della cittadinanza".
(Tratto dal Nuovo Quotidiano di Puglia-Lecce)
SINDACO E MAGGIORANZA
REPLICANO A PD E PDL
04 Gennaio 2011
UN'INDEGNA E SQUALLIDA GAZZARRA. VERGOGNA!!!
L'Amministrazione Comunale ha ritenuto opportuno esprimere il proprio apprezzamento per quanto realizzato dalla signora C.L. nel campo della imprenditoria artigianale femminile. E' stato fatto perché consapevoli dell'importanza della struttura produttiva/artigianale e delle auspicate ricadute positive sull'intero territorio, nonché come segnale di vicinanza premiante del coraggio e delle capacità dimostrate.
Cosi come l'Amministrazione ha manifestato, nel corso degli anni, con atti concreti e politiche vere di sviluppo, grande attenzione a sostegno dell'imprenditoria industriale, artigianale e commerciale.
Non vi era alcuna intenzione di “privilegiare” qualcuno rispetto ad altre realtà produttive. Abbiamo interpretato, condividendoli, sentimenti diffusi sia in occasione dell'inaugurazione sia, con più intensità, nei giorni successivi. Se tale nostro intendimento ha generato incomprensioni e risentimenti in alcuni imprenditori esprimiamo profondo rammarico e ce ne scusiamo sinceramente.
Di diversa natura sono le squallide e misere prese di posizione del PD (?) e del PDL (?) locali. Accattonaggio politico e chiacchiere da vecchie comari contraddistinguono quanto da loro scritto. Ancora una volta (sinceramente non se ne avvertiva la necessità) hanno dimostrato di essere fuori dalla politica propositiva e costruttiva. Hanno tentato, maldestramente, di creare una sorta di contrapposizione tra imprenditori e, ancora di più, tra quest'ultimi e l'Amministrazione Comunale, con la non tanto celata speranza di specularci sopra e accattivarsi le simpatie di qualcuno. Lasciamo all'intelligenza degli imprenditori e dei cittadini tutti la valutazione di tali fatti.
Ci limitiamo a porre una sola domanda: si è notato in tutti questi anni una sola proposta o iniziativa del PD-PDL a favore dell'imprenditoria? Solo chiacchiere, illazioni, falsità e veleni. Segno, inequivocabile, di una presenza politica insignificante e nociva per il tessuto socio-economico-culturale e civile della nostra comunità. (e vorrebbero mettersi insieme per amministrare la cosa pubblica: quale brutta e cattiva sorte incombe su Melissano!).
Da parte nostra, malgrado le difficoltà in cui versano gli Enti Locali, continueremo a impegnarci per promuovere serie e concrete politiche di sviluppo economico e produttivo del territorio. Consapevoli che la grave crisi economico-finanziaria in atto, accentua le già enormi difficoltà in cui operano imprenditori, artigiani, commercianti e contadini.
Il Sindaco e L'Amministrazione Comunale
Chiedo al Consigliere Tundo e alla locale sezione del PDL di effettuare pubblica smentita e porgere le dovute scuse per aver affermato, a mezzo stampa e manifesti, che il manifesto “Miseria e Nobiltà” e stato realizzato con i soldi dei melissanesi. Tale manifesto è stato pagato dal sottoscritto e dagli amministratori di maggioranza. Cosi come lo sarà il manifesto sopra evidenziato. In difetto saremo costretti ad agire per le vie legali.
Veramente di basso profilo politico appare quanto affermato in merito alla “campagna di sensibilizzazione sull'importanza della raccolta differenziata...”. E' la disperazione politica che lo fa arrivare a tanto? O è profonda ignoranza e disinteresse dei reali problemi amministrativi e delle relative politiche da porre in essere per affrontarli? Forse c'è l'una e l'altra componente poiché è del tutto pacifico che la tutela dell'ambiente, la sensibilizzazione sulla raccolta differenziata e il comportamento civile di ognuno di noi, passa, innanzitutto dal buon esempio che devono dare le Istituzioni pubbliche. Ne consegue che l'evidenziare luoghi ridotti da anni a vere e proprie discariche a cielo aperto e trasformarli a spazi a verde pubblico, a impianti sportivi e a siti di interesse sociale e culturale, tutto ciò rappresenta valido paradigma di educazione ambientale. Cosi come per mantenere sempre alta l'attenzione dei cittadini sulla raccolta differenziata è necessario avviare, periodicamente, pubblicazioni mediante volantini, manifesti e gli organi di stampa. E solo la carenza di fondi ha impedito di diffondere tali messaggi attraverso le TV locali. D'altronde tali iniziative vengono sollecitate da più parti: Istituzioni e qualificate Associazioni ambientaliste. E in tal senso si muovono Comuni e Province. E' mai possibile che tutto questo sfugga al Cons. Tundo e al PDL? E non è quanto mai appropriato parlare di miserie politiche che vengono accentuate proprio in vista delle prossime elezioni amministrative?
Roberto Falconieri

CARI CITTADINI MELISSANESI, IL 2011 E' COMINCIATO BENE E TANTO PER CAMBIARE...STA 'SSE SCANNANE 'PE NNU MANIFESTU (PRIORITA' PER IL BENE COMUNE)

Mentre gli altri sta 'sse scannane culli manifesti, i giovani lavorano per proporre l'altra Melissano: MELISSANO RINASCE (Insieme a Te).

LA BEFANA PORTA SOLO CARBONE A SINDACO E ASSESSORI (GIUSEPPE MACRI', GIANLUCA MANCO, ANTONELLO ENDEMIONE, LUCA MURA, GIOVANNI CAPUTO, COSIMO MARINO)

LA “BEFANA” RISERVA
SOLO CARBONE
PER L’AMMINISTRAZIONE
La Befana arriva a Melissano e lascia il suo regalo anche al sindaco e alla giunta comunale: singolare azione portata avanti dal gruppo locale di Forza Nuova, per protestare contro l’amministrazione

05 Gennaio 2011
Tratto dal Sito Internet
www.lecceprima.it
Cinque sacchi, pieni di carbone, presso gli uffici comunali di Melissano: il singolare regalo, con l’approssimarsi dell’Epifania, è stato lasciato dai militanti della sezione cittadina del movimento nazionalpopolare Forza Nuova, come atto di protesta nei confronti dell’attuale amministrazione comunale. Sui sacchi sono stati attaccati dei fogli dove campeggia chiara la scritta “Carbone”, accompagnata dal disegno di una befana e dal logo del movimento.
“Non poteva certo portare dolcetti, cioccolatini e leccornie varie” - scrivono da Forza Nuova, riferendosi alla propria Befana – “Questa giunta ha dato il meglio del peggio di sé, evidentemente perché altro non poteva fare: sperpero del denaro pubblico, incapacità amministrativa, incuranza e menefreghismo verso i veri problemi della cittadinanza melissanese hanno caratterizzato questo mandato”.
“Ovviamente – proseguono quelli di Forza Nuova - ora ci aspettiamo qualche mossa pre-elettorale, tipica di tutte le classi politiche figlie sia della Prima che della Seconda Repubblica, utile, come sempre, solo a cercare di mantenere il potere e a garantirsi la poltrona nel palazzo comunale. Stanchi di questa politica politicante - conclude la nota - continueremo il nostro percorso politico a fianco della popolazione, tra le strade e nelle piazze”.

A MELISSANO SOLO CARBONE A SINDACO (ROBERTO FALCONIERI), VICE SINDACO (COSIMO MARINO) E ASSESSORI

Tratto dal Sito Internet
puglialive.net
La Befana arriva a Melissano e lascia il suo regalo anche al Sindaco e alla giunta comunale.
L'azione è firmata da Forza Nuova.
Sono cinque i sacchi pieni di carbone che sono stati lasciati nei pressi degli uffici comunali dai militanti della sezione cittadina del movimento nazionalpopolare. Sui sacchi sono stati attaccati dei fogli dove compare la scritta "CARBONE" accompagnata dal disegno di una befana e dal logo del movimento.
"Non poteva certo portare dolcetti, cioccolatini e leccornie varie" - scrivono da Forza Nuova - "Questa giunta ha dato il meglio del peggio di sè, evidentemente perchè altro non poteva fare: sperpero del denaro pubblico, incapacità amministrativa, incuranza e menefreghismo verso i veri problemi della cittadinanza melissanese hanno caratterizzato questo mandato. Ovviamente ora ci aspettiamo qualche mossa pre-elettorale, tipica di tutte le classi politiche figlie sia della Prima che della Seconda Repubblica, utile, come sempre, solo a cercare di mantenere il potere e a garantirsi la poltrona nel palazzo comunale".
"Stanchi di questa politica politicante" - conclude la nota - "continueremo il nostro percorso politico a fianco della popolazione, tra le strade e nelle piazze".

150 ANNI D'ITALIA E D'ITALIANI (1) - FUTURE GENERAZIONI E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

Di mons. Giampaolo Crepaldi
2 dicembre 2010
Tratto da ZENIT.org
La messa in pratica di politiche di tutela dell’ambiente ha a che fare anche con la nostra responsabilità nei confronti delle future generazioni. Anche questo aspetto qualifica il problema in senso morale. C’è un principio nella dottrina sociale della Chiesa che si chiama “destinazione universale dei beni” secondo il quale tutti i beni del creato sono destinati a tutti, compresi i nostri figli e nipoti. C’è quindi un dovere di lasciare loro in eredità un ambiente abitabile e che essi possano a loro volta umanizzare e adoperare per il loro sviluppo. Bisogna però intendere correttamente la questione. Non dobbiamo pensare di lasciare ai nostri figli la natura così come l’abbiamo trovata noi, né dobbiamo pensare di lasciarla completamente devastata ed inquinata in modo irrimediabile. Si tratta di due estremi entrambi scorretti.
Noi dobbiamo adeguatamente gestire la natura, per renderla atta a soddisfare i bisogni di uno sviluppo autenticamente umano, e lasciarla in modo tale che anche i nostri successori lo possano fare. Una natura intatta non serve a nessuno. Non è questa la sua vocazione. Molte teorie odierne sono contrarie allo sviluppo in quanto tale, parlano di decrescita e vorrebbero interrompere non solo un certo modello di sviluppo per sostituirlo con un altro ma lo sviluppo stesso. Vorrebbero far ritornare l’umanità indietro, in una società naturale, fondata sulla sobrietà, l’autoconsumo, lo scambio in natura. Queste ideologie vorrebbero lasciare la natura così come è e rivelano quindi una sfiducia nell’uomo, nella sua creatività ed intelligenza. Molti altri denunciano la sovrappopolazione come principale fonte di danno ambientale, vorrebbero limitare le nascite soprattutto dei paesi poveri perché pensano che la natura, per sopportare una tale massa di abitanti sulla terra, dovrebbe accettare un degrado irreversibile. Ci sono state e ci sono anche molte previsioni catastrofiche sulle sorti del pianeta a causa della sovrappopolazione, che hanno animato molte politiche neomalthusiane di contenimento delle nascite, sia tramite gli anticoncezionali distribuiti in massa, sia tramite l’aborto. Ecco alcuni esempi di ideologie ambientaliste molto negative, che finiscono per danneggiare l’uomo anziché promuoverne lo sviluppo.
La nostra responsabilità verso le future generazioni non implica l’attuazione di politiche di questo genere. Ci sono sulla terra risorse per sfamare molti miliardi di persone, solo se volessimo coltivare il creato con sapienza. Queste ideologie assolutizzano la natura, dimenticano che essa è per l’uomo e non credono che l’uomo la debba gestire e saggiamente amministrare ma solo conservare, come se si trattasse di un museo. In questo modo però non sono veramente responsabili verso le generazioni future, le quali, prima di tutto, hanno interesse ad esserci, senza essere preventivamente annullate per la salvaguardia di presunti equilibri naturali. La politica ambientale ha bisogno di informazioni per poter procedere e la fonte delle informazioni in questo settore è la scienza. Solo che la scienza non sempre dà informazioni esaustive e complete; talvolta gli scienziati sono dipendenti dalle ideologie e dagli interessi politici, per cui ogni politico, e il politico cattolico in particolare in quanto la sua fede lo difende più di altri dalla ideologia, deve saper gestire con oculatezza e sapienza le informazioni delle scienze.
I dati sull’inquinamento atmosferico motivano politiche del traffico; quelli sul buco dell’ozono richiedono interventi sull’emissione di ossidi di carbonio; i dati sul riscaldamento climatico richiedono investimenti per la riconversione industriale; i dati sull’aumento della popolazione richiedono politiche demografiche e così via. La politica sembra dipendere dalla scienza, ma la scienza è spesso inattendibile e orientata ideologicamente. L’IPCC dell’ONU sta facendo marcia indietro sulle previsioni circa il riscaldamento globale; molte previsioni di insostenibile sovrappopolazione sono risultate sbagliate: casi di errore e di incertezza della scienza se ne sono avuti tanti. Ecco allora che la politica deve sì tenere conto della scienza, ma anche non ne deve dipendere in modo cieco. Serve la consapevolezza che in questa società del rischio anche gli esperti non sono sempre affidabili e che è possibile creare nuovo rischio proprio mediante interventi scorretti. Certe politiche ambientali sbagliate creano nuovo rischio ambientale. di fronte ai possibili rischi ambientali è stato elaborato il cosiddetto principio di precauzione. I progressi delle scienze e delle tecniche della natura, la straordinaria potenza di cui l’uomo dispone nel campo delle biotecnologie, la presenza di molti ecologismi ideologici e le carenze nel campo dell’ecologia naturale hanno dato vita “ad una pericolosa aggressività nei confronti della natura, persona umana inclusa”, con la conseguente acuta sperimentazione di molteplici situazioni di rischio. Tale rischio è percepito tanto più acutamente dall’opinione pubblica in quanto la scienza, nel mentre procede e permette di risolvere situazioni critiche come malattie finora inguaribili, svela anche l’incertezza dei propri percorsi e l’ambivalenza delle proprie scoperte. Nel mentre illumina, spiega e permette di dominare, anche oscura, inquieta e ci lascia smarriti.
La natura si complessifica, così come la società, il sapere si frammenta e quasi si polverizza in tanti piccoli segmenti, natura e società si integrano progressivamente e spesso inestricabilmente: tutto ciò non permette di fare chiarezza sui rischi incombenti. L’intervento sul DNA apre nuove possibilità di guarigione da malattie genetiche, ma nel contempo spalanca orizzonti inquietanti sulla possibilità di selezionare in laboratorio l’umanità futura. Le previsioni diventano impossibili e la scienza, che nel progetto moderno avrebbe dovuto fornire sicurezza dalla violenza e imprevedibilità della natura, diventa essa stessa fonte di incertezza ed ansia per il nostro futuro. di fronte a questa nuova percezione del rischio il pensiero contemporaneo ha creato il “principio di precauzione“, secondo il quale prima di intraprendere una operazione sulla natura ad alto rischio e in situazione di incertezza per la carenza di informazioni scientifiche e/o di monitoraggi delle conseguenze, occorre assumersi l’onere della prova. Se finora l’onere della prova spettava a chi diceva di non agire sulla natura, con il principio di precauzione tale onere spetta a chi decide di agire. Chi agisce sulla natura dovrebbe preventivamente fornire la prova a tutela del rischio. Il principio di precauzione è qualcosa di diverso dalla “prudenza” ed anche dal “principio di responsabilità”. In un certo senso l’agire umano avviene sempre in situazioni complesse ed incerte. Proprio la contingenza e la complessità della concreta realtà in cui siamo chiamati ad agire chiamano in causa la virtù della prudenza.
Cosa differenzia il principio di precauzione dal giudizio prudenziale? Il fatto che chi agisce non solo si assuma la responsabilità delle conseguenze, ma anche che dimostri l’impossibilità di conseguenze dannose. Ora, questo è impossibile per due motivi, uno legato alle caratteristiche dell’azione umana in quanto tale e l’altro legato all’azione umana nell’attuale contesto di complessità. È impossibile prevedere tutte le conseguenze di un’azione, qualsiasi essa sia. E se qualcuno volesse esaminare tutte le conseguenze non agirebbe mai. Oggi, poi, tale impossibilità è resa ancora maggiormente impossibile dalla complessità degli interventi umani sulla natura e dal fatto che ad ogni intervento si aprono infiniti altri motivi di rischio in una rete impossibile da controllare, con la possibilità che eventuali conseguenze negative riemergano a distanza di tempo e con modalità imprevedibili dopo un lungo percorso sotterraneo.Il giudizio prudenziale si fondava sull’assunzione di responsabilità da parte del soggetto agente. Assunzione di responsabilità di due tipi: circa la conformità dell’azione con la legge morale universale e circa le conseguenze di bene che ne deriveranno. Il principio di precauzione, invece, non si fonda sull’assunzione di responsabilità, ma sulla dimostrazione che le conseguenze non saranno dannose. Oltre a rischiare di bloccare l’azione, il principio di precauzione potrebbe trasformare l’azione umana in una dimostrazione consequenzialista. Chi agisce avrebbe, infatti, nientemeno che l’obbligo di dimostrare la bontà delle sue azioni in base alla non dannosità delle conseguenze.
Per evitare questi aspetti poco convincenti del principio di precauzione, il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, accettandolo, anche ne precisa le caratteristiche. Il principio di precauzione, dice il Compendio, non è “una regola da applicare, bensì un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza”. Se non è una regola da applicare, vuol dire che non va utilizzato in modo rigido, ma assunto come attenzione ad un bisogno generale di sicurezza data la grande potenza degli strumenti nelle nostre mani. Una specie di “maneggiare con cura”. Ciò che conta, in ogni caso, è che il Compendio non lo considera una regola morale cui doverosamente attenersi. Esso, inoltre, “manifesta l’esigenza di una decisione provvisoria e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte”. Si tratta, in altre parole, di una specie di metodo per prova ed errore. Un metodo, appunto, non una norma morale vincolante.
Tra i rischi, poi, che il principio di precauzione proporzionalmente deve tenere in conto, c’è anche il rischio derivante dalla non decisione: “ivi compresa la decisione di non intervenire”. Questo per evitare che il principio di precauzione venga assunto come alibi per il non intervento o caricato di motivazioni ideologiche astensionistiche. Il principio di precauzione, infatti, può venire strumentalizzato da alcune delle ideologie ecologistiche che ho descritto più sopra, soprattutto quelle animate dal pessimismo antropologico. Queste osservazioni sul principio di precauzione sono molto importanti per il cattolico impegnato in politica. Egli deve fare delle scelte improntate al principio di responsabilità morale, mentre spesso il principio di precauzione è un modo per non agire e quindi per togliersi la responsabilità morale. Il fatto che il principio di precauzione abbia molti aspetti ideologici è anche provato dal fatto che i suoi sostenitori non lo applicano però nel campo della bioetica e di fronte alla semplice possibilità che l’embrione sia umano essi non ricorrono al principio di precauzione.
Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

martedì 4 gennaio 2011

DENTRO IL NATALE (22) - MESSAGGIO NATALIZIO "URBI ET ORBI" DI BENEDETTO XVI

“La Verità è Amore, domanda la fede, il 'sì' del nostro cuore”
25 dicembre 2010
Tratto da ZENIT.org
Di seguito il Messaggio natalizio "Urbi et Orbi" pronunciato da Benedetto XVI dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana.
"Verbum caro factum est" - "Il Verbo si fece carne" (Gv 1,14).
Cari fratelli e sorelle, che mi ascoltate da Roma e dal mondo intero, con gioia vi annuncio il messaggio del Natale: Dio si è fatto uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dio non è lontano: è vicino, anzi, è l’"Emmanuele", Dio-con-noi. Non è uno sconosciuto: ha un volto, quello di Gesù.
E’ un messaggio sempre nuovo, sempre sorprendente, perché oltrepassa ogni nostra più audace speranza. Soprattutto perché non è solo un annuncio: è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto, udito, toccato nella Persona di Gesù di Nazareth! Stando con Lui, osservando i suoi atti e ascoltando le sue parole, hanno riconosciuto in Gesù il Messia; e vedendolo risorto, dopo che era stato crocifisso, hanno avuto la certezza che Lui, vero uomo, era al tempo stesso vero Dio, il Figlio unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità (cfr Gv 1,14).
"Il Verbo si fece carne". Di fronte a questa rivelazione, riemerge ancora una volta in noi la domanda: come è possibile? Il Verbo e la carne sono realtà tra loro opposte; come può la Parola eterna e onnipotente diventare un uomo fragile e mortale? Non c’è che una risposta: l’Amore. Chi ama vuole condividere con l’amato, vuole essere unito a lui, e la Sacra Scrittura ci presenta proprio la grande storia dell’amore di Dio per il suo popolo, culminata in Gesù Cristo.
In realtà, Dio non cambia: Egli è fedele a Se stesso. Colui che ha creato il mondo è lo stesso che ha chiamato Abramo e che ha rivelato il proprio Nome a Mosè: Io sono colui che sono … il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe … Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e di fedeltà (cfr Es 3,14-15; 34,6). Dio non muta, Egli è Amore da sempre e per sempre. E’ in Se stesso Comunione, Unità nella Trinità, ed ogni sua opera e parola mira alla comunione. L’incarnazione è il culmine della creazione. Quando nel grembo di Maria, per la volontà del Padre e l’azione dello Spirito Santo, si formò Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il creato raggiunse il suo vertice. Il principio ordinatore dell’universo, il Logos, incominciava ad esistere nel mondo, in un tempo e in uno spazio.
"Il Verbo si fece carne". La luce di questa verità si manifesta a chi la accoglie con fede, perché è un mistero d’amore. Solo quanti si aprono all’amore sono avvolti dalla luce del Natale. Così fu nella notte di Betlemme, e così è anche oggi. L’incarnazione del Figlio di Dio è un avvenimento che è accaduto nella storia, ma nello stesso tempo la oltrepassa. Nella notte del mondo si accende una luce nuova, che si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile di chi attende il Salvatore. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il "sì" del nostro cuore.
E che cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena.
"Il Verbo si fece carne". L’annuncio del Natale è luce anche per i popoli, per il cammino collettivo dell’umanità. L’"Emmanuele", Dio-con-noi, è venuto come Re di giustizia e di pace. Il suo Regno – lo sappiamo – non è di questo mondo, eppure è più importante di tutti i regni di questo mondo. E’ come il lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo: la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia. Credere nel Dio che ha voluto condividere la nostra storia è un costante incoraggiamento ad impegnarsi in essa, anche in mezzo alle sue contraddizioni. E’ motivo di speranza per tutti coloro la cui dignità è offesa e violata, perché Colui che è nato a Betlemme è venuto a liberare l’uomo dalla radice di ogni schiavitù.
La luce del Natale risplenda nuovamente in quella Terra dove Gesù è nato e ispiri Israeliani e Palestinesi nel ricercare una convivenza giusta e pacifica. L’annuncio consolante della venuta dell’Emmanuele lenisca il dolore e consoli nelle prove le care comunità cristiane in Iraq e in tutto il Medio Oriente, donando loro conforto e speranza per il futuro ed animando i Responsabili delle Nazioni ad una fattiva solidarietà verso di esse. Ciò avvenga anche in favore di coloro che ad Haiti soffrono ancora per le conseguenze del devastante terremoto e della recente epidemia di colera. Così pure non vengano dimenticati coloro che in Colombia ed in Venezuela, ma anche in Guatemala e in Costa Rica, hanno subito le recenti calamità naturali.
La nascita del Salvatore apra prospettive di pace duratura e di autentico progresso alle popolazioni della Somalia, del Darfur e della Costa d’Avorio; promuova la stabilità politica e sociale del Madagascar; porti sicurezza e rispetto dei diritti umani in Afghanistan e in Pakistan; incoraggi il dialogo fra Nicaragua e Costa Rica; favorisca la riconciliazione nella Penisola Coreana.
La celebrazione della nascita del Redentore rafforzi lo spirito di fede, di pazienza e di coraggio nei fedeli della Chiesa nella Cina continentale, affinché non si perdano d’animo per le limitazioni alla loro libertà di religione e di coscienza e, perseverando nella fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, mantengano viva la fiamma della speranza. L’amore del "Dio con noi" doni perseveranza a tutte le comunità cristiane che soffrono discriminazione e persecuzione, ed ispiri i leader politici e religiosi ad impegnarsi per il pieno rispetto della libertà religiosa di tutti. Cari fratelli e sorelle, "il Verbo si fece carne", è venuto ad abitare in mezzo a noi, è l’Emmanuele, il Dio che si è fatto a noi vicino. Contempliamo insieme questo grande mistero di amore, lasciamoci illuminare il cuore dalla luce che brilla nella grotta di Betlemme! Buon Natale a tutti!
Il Papa incoraggia i responsabili in Italia a lavorare per il bene comune negli auguri natalizi dopo il Messaggio "Urbi et Orbi"
25 dicembre 2010
Tratto da ZENIT.org
Un incoraggiamento ai responsabili della vita politica e sociale italiana Benedetto XVI lo ha rivolto questo sabato dopo il Messaggio natalizio "Urbi et Orbi" dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana, inviando gli auguri natalizi in 65 lingue.
“In questo giorno, illuminato dalla speranza evangelica che proviene dall’umile grotta di Betlemme – ha detto il Papa ai fedeli radunati in piazza San Pietro e a quanti lo ascoltavano attraverso la radio e la televisione –, auspico di cuore il dono natalizio della gioia e della pace per ogni abitante dell'amata Italia: per i bambini e gli anziani, per i giovani e le famiglie”.
“Il Cristo – ha continuato –, nato per noi, ispiri i responsabili, perché ogni loro scelta e decisione sia sempre per il bene comune; conforti quanti sono provati dalla malattia e dalla sofferenza; sostenga coloro che si dedicano al servizio dei fratelli più bisognosi”.

DENTRO IL NATALE (21) - OMELIA DI BENEDETTO XVI NELLA MESSA DELLA NOTTE DI NATALE

"Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere"
25 dicembre 2010
Tratto da ZENIT.org
Di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica Vaticana la Messa della notte di Natale.
Cari fratelli e sorelle!
“Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” – con questa parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola originariamente apparteneva al rituale dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa “figlio di Dio” mediante la chiamata e l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione di travaglio e di minaccia per Israele: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere” (9,5). L’insediamento nell’ufficio del re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità. Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce: Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre – Principe della pace (9,5). Sì, questo re non ha bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in se stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio.
Le parole del rituale dell’incoronazione in Israele, in verità, erano sempre soltanto rituali di speranza, che prevedevano da lontano un futuro che sarebbe stato donato da Dio. Nessuno dei re salutati in questo modo corrispondeva alla sublimità di tali parole. In loro, tutte le parole sulla figliolanza di Dio, sull’insediamento nell’eredità delle genti, sul dominio delle terre lontane (Sal 2,8) restavano solo rimando a un avvenire – quasi cartelli segnaletici della speranza, indicazioni che conducevano verso un futuro che in quel momento era ancora inconcepibile. Così l’adempimento della parola che inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente più grande e – dal punto di vista del mondo – più umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di Dio, veramente “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra. Nella vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore. Ma è anche vero che “il bastone dell’aguzzino” non è stato spezzato. Anche oggi marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora e sempre di nuovo c’è il “mantello intriso di sangue” (Is 9,3s). Così fa parte di questa notte la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio, come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera: Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue. Realizza la promessa: “La pace non avrà fine” (Is 9,6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio della tua verità, del tuo amore – il “regno della giustizia, dell’amore e della pace”.
“Maria diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7). Con questa frase, san Luca racconta, in modo assolutamente privo di pathos, il grande evento che le parole profetiche nella storia di Israele avevano intravisto in anticipo. Luca qualifica il bambino come “primogenito”. Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, “primogenito” non significa il primo di una serie di altri figli. La parola “primogenito” è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4,22), Israele viene chiamato da Dio “il mio figlio primogenito”, e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù “il primogenito” semplicemente per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb 1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il “primogenito” in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.
Il Vangelo di Natale ci racconta, alla fine, che una moltitudine di angeli dell’esercito celeste lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.” (Lc 2,14). La Chiesa ha amplificato questa lode, che gli angeli hanno intonato di fronte all’evento della Notte Santa, facendone un inno di gioia sulla gloria di Dio. “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”. Ti rendiamo grazie per la bellezza, per la grandezza, per la bontà di Dio, che in questa notte diventano visibili a noi. L’apparire della bellezza, del bello, ci rende lieti senza che dobbiamo interrogarci sulla sua utilità. La gloria di Dio, dalla quale proviene ogni bellezza, fa esplodere in noi lo stupore e la gioia. Chi intravede Dio prova gioia, e in questa notte vediamo qualcosa della sua luce. Ma anche degli uomini parla il messaggio degli angeli nella Notte Santa: “Pace agli uomini che egli ama”. La traduzione latina di tale parola, che usiamo nella liturgia e che risale a Girolamo, suona diversamente: “Pace agli uomini di buona volontà”. L’espressione “gli uomini di buona volontà” proprio negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta? Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto. Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non avesse chiamato l’uomo ad una risposta libera di amore. Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona volontà potrebbe, per così dire, redimere se stesso. Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà; l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non potremmo amarLo, e la nostra risposta, che Egli attende e per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra.
Luca non ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli…” (Lc 2,13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare degli angeli è diverso da quello degli uomini; che proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato. Così questo canto degli angeli è stato percepito fin dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come invito ad unirsi nel canto, nella gioia del cuore per l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i secoli, il canto degli angeli è diventato sempre nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo amore. Fa che diventiamo sempre di più persone che amano insieme con te e quindi persone di pace. Amen.

DENTRO IL NATALE (20) - OMELIA DEL PATRIARCA LATINO DI GERUSALEMME NELLA MESSA DI NATALE

25 dicembre 2010
Tratto da ZENIT.org
Di seguito l'omelia pronunciata dal Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, nella Messa della notte di Natale celebrata a Betlemme.
“Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9,5)
Cari fratelli e sorelle, Buon Natale!
Auguro a tutti voi il benvenuto, e indirizzo un particolare saluto al Presidente Mahmoud Abbas, al Signor Primo Ministro, Salam Fayad, e alla Sua delegazione: grazie per la vostra presenza fra di noi.
Il Natale è una festa per tutti gli abitanti della Terra Santa, e per tutti gli operatori di pace.
Saluto i pellegrini che sono insieme a noi in questa Notte Santa, tutti i fedeli di Palestina, Giordania e Israele, e anche tutti coloro che ci seguono attraverso i vari mezzi di comunicazione.
Cari fratelli e sorelle,
A lungo, per secoli, per millenni i nostri antenati nella fede pregarono incessantemente “Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia. Io, il Signore, ho creato tutto questo”. (Is 45,8)
Tutta la creazione gemeva e soffriva, attendendo la salvezza annunciata. Quando venne la pienezza del tempo, nacque il Salvatore promesso nella grotta di Betlemme. È allora che gli angeli annunciarono la Buona novella ai semplici pastori che badavano al gregge, non lontano da qui: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama ... oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-14).
Si tratta davvero di una buona novella, perché abbiamo bisogno, anche noi oggi, di essere salvati da molti mali. Abbiamo bisogno di essere guariti dalle nostre ferite spirituali, che sono motivo di sofferenza per noi e per chi ci è vicino.
Il Bambino di Betlemme, nato in una grotta, ci insegna l’umiltà, la semplicità, l’innocenza, che spesso dimentichiamo in un mondo segnato dalla violenza e dal desiderio di potere. Con la sua nascita e con tutta la sua vita Gesù ci ricorda: “Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo” (Mt 20,26) e “Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23,12)
Questo Bambino Divino è nato in una famiglia unita, che aveva fatto esperienza di amore. Anche oggi la famiglia è essenziale per la vita e lo sviluppo positivo della persona umana: l’uomo nasce e cresce nella culla di amore di una famiglia, che è anche la prima cellula della società. Se la famiglia è sana, l’intera società ne trae un grande beneficio. Se invece non lo è, le fratture tra i membri della famiglia, la disunità o la mancanza di stima verso questa istituzione si ripercuotono negativamente su tutto il corpo sociale. Ogni famiglia è invitata da Gesù a seguire l’esempio della Santa Famiglia di Nazaret.
Natale ci mette di fronte al valore unico della vita umana, dono di Dio. Ogni bambino, nato o non nato, fin dal primo momento del concepimento, ha una dignità unica e merita il più grande rispetto, perché creato a immagine del Bambino Divino. Come è doloroso constatare che nel mondo vengono compiuti ogni anno milioni di aborti, causati dall’egoismo, dalla durezza di cuore, dall’ignoranza, da una impreparazione di molti ad accogliere la vita. E come è doloroso pensare che tutto ciò non fa che moltiplicare le ferite e le sofferenze, anche in chi compie tali azioni.
Ci rattrista anche pensare alle difficili condizioni di vita di quasi l'80% dei bambini nel mondo. Pensiamo in particolare ai bambini dei nostri paesi del Medio Oriente, che si trovano al di sotto della soglia di povertà. Molti di loro vivono e crescono in condizioni precarie nei campi profughi, spesso segnati da drammi e situazioni familiari difficili, privati dell’affetto dei loro genitori e dei loro parenti.
In un mondo dilaniato dalla violenza e dal fondamentalismo, che legittima le peggiori azioni, anche le uccisioni nelle chiese, il Bambino di Betlemme ci ricorda che il primo comandamento è l'Amore. Egli desidera insegnarci il perdono e la riconciliazione, anche nei confronti dei nostri nemici. “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,43-45).
Gesù ci indica anche un cammino di unità, all’interno delle nostre famiglie, dei nostri quartieri, dei nostri popoli. Si rivolge anche ai capi e ai responsabili delle nazioni, che hanno in mano il destino e il futuro dei nostri popoli. Questa esigenza di unità, da Lui profondamente desiderata, ci viene ricordata dall’Apostolo Paolo: “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione” (Ef 4,1-4).
Cari fratelli e sorelle,
Vorrei fare un accenno anche al Sinodo per il Medio Oriente, tenutosi a Roma lo scorso ottobre.
I Padri sinodali hanno scritto in quell’occasione un Messaggio al Popolo di Dio, le cui raccomandazioni desideriamo gradualmente mettere in pratica. Esse riguardano la comunione, la carità fraterna, la collaborazione, l’apertura agli altri, il dialogo, la cittadinanza. Il dialogo è una disposizione del cuore, indispensabile a tutti i livelli: in primo luogo tra le varie Chiese cattoliche del Medio Oriente. Esso passa attraverso una collaborazione tra i diversi Patriarcati, ma anche a livello interconfessionale e interreligioso. Il dialogo è un imperativo, è la risposta al moderno ateismo e al fondamentalismo che minacciano il popolo di Dio, come è avvenuto di recente in Iraq, dove la comunità cristiana è stata colpita in modo terribile e tragico. Tali violenze sono unanimamente condannate sia dai cristiani sia dai musulmani.
Il Messaggio del Sinodo ci invita ad intensificare il dialogo con i fratelli ebrei e con i fratelli musulmani. Dobbiamo unirci sui numerosi valori che già abbiamo in comune: la preghiera, la pietà, il digiuno, l’elemosina, i valori etici.
Desideriamo che in questo Natale Gerusalemme possa diventare non solo la capitale di due stati, ma un modello di armonia e coesistenza tra le tre grandi religioni monoteiste.
Possa il suono delle campane delle nostre Chiese in questa Notte Santa coprire il rumore di tante armi che si ode in questo lacerato Medio Oriente, richiamando gli uomini ad una mentalità di pace, unica degna dell’uomo ed apportatrice di felicità.
Preghiamo insieme per la pace: sia pace su Israele, sia pace sulla Palestina, sia pace tra i nostri popoli, e in tutto il Medio Oriente, perché i nostri figli possano vivere e crescere in un ambiente sereno.
Cari fratelli e sorelle, cari pellegrini, cari amici, la pace del Bambino Divino sia con tutti voi. Non lasciateci soli in queste situazioni difficili. Pregate per noi e noi faremo lo stesso per voi. Buon Natale!
+ Fouad Twal, Patriarca latino