giovedì 8 ottobre 2009

LA BELLISSIMA FAVOLA DELL'IMPERATORE E DEL BAMBINO INNOCENTE

Gli amministratori dei nostri paesini si comportano spesso come ragazzini. Dicono cose che poi smentiscono di avere detto (o non le dicono affatto); partecipano a Consigli Comunali e pubblicano manifesti che poi li danneggiano; tengono atteggiamenti che chiunque capirebbe che sono sbagliati e controproducenti.
E’ chiaro che, come uomini, hanno delle fragilità e delle strane incertezze. Sta di fatto che, non dovrebbero comportarsi come ragazzini. Capisco che le fragilità non si possono tenere sotto controllo, ma questi uomini non hanno buoni consiglieri? Non ci sono persone intorno a loro con il compito di aiutarli a vedere la realtà, quando loro hanno gli occhi un po’ appannati?
“C’era una volta un imperatore che aveva l’ambizione di indossare sempre abiti nuovi: a ogni ora del giorno si cambiava ed era sempre davanti allo specchio a pavoneggiarsi con un nuovo vestito.
Un giorno si presentarono a corte due imbroglioni che dissero di saper tessere una stoffa meravigliosa, la quale aveva il potere di rimanere invisibile a tutte le persone stupide.
“Bene”, pensò l’imperatore. “Così potrò distinguere i miei sudditi intelligenti da quelli scemi”.
E ordinò subito ai due viaggiatori un abito da cerimonia con la stoffa miracolosa.
Allora i due si misero davanti un telaio vuoto, fingendo di tessere, e vi passavano tutte le ore del giorno. Intanto chiedevano continuamente al credulo imperatore oro e sete preziose, dicendo che servivano per l’abito, mentre si tenevano tutto per loro.
I dignitari, che il re spediva di tanto in tanto per vedere come procedesse il lavoro, si mostravano entusiasti della stoffa e l’imperatore stesso, essendo venuto con tutta la corte nel laboratorio, non faceva che ripetere: “Magnifica, magnifica!”.
E in cuor suo era desolato di non vedere niente, proprio niente.
Infine, una mattina, i due impostori vollero essi stessi mettere al re l’abito finito e il povero monarca fingeva di ammirarsi dinanzi al grande specchio, mentre i cortigiani si profondevano in lodi e in meraviglie.
L’imperatore allora decise di presentarsi al popolo.
Quando il sovrano avanzò per le vie della città sotto il suo baldacchino, tutti i sudditi fecero a gara nel tessere le lodi del suo meraviglioso abito, ma a un tratto un innocente bambino esclamò: “Ma a me sembra che non abbia nessun vestito!”.
La frase temeraria fu ripetuta sommessamente tra la folla e giunse fino all’imperatore che rimase mortificatissimo, perché gli sembrò che il bambino in fondo avesse ragione. Ma continuò ad avanzare fra ali di popolo, mentre i ciambellani reggevano con sussiego lo strascico che non esisteva”.
MORALE DELLA FAVOLA
Spesso i consiglieri non sono buoni consiglieri, ma solo adulatori; e spesso gli amministratori delle nostre realtà locali preferiscono essere adulati.
Chissà quanti, senza rendersene conto, sono “imperatori” che continuano a non prestare l’orecchio a bambini innocenti che in fondo in fondo, hanno solo ragione…

OGNI CITTADINO MELSSANESE OGGI HA LA POSSIBILITA' DI RISPONDERE AL FACILISSIMO DOMANDONE...

PRIMA LA CONSIGLIERA ANTONELLA TENUZZO (PD), POI L’ASSESSORE ALLA CULTURA E SPETTACOLO STEFANO SCARCELLA (IDV).
ORA A DIMETTERSI E’ L’ASSESSORE ALLA PUBBLICA ISTRUZIONE, L'INS. COSIMA NASSISI.
TANTI CONSIGLIERI COMUNALI (ANCHE ASSESSORI) HANNO BUONI MOTIVI PER AVERLO FATTO OPPURE HA RAGIONE IL SINDACO ROBERTO FALCONIERI, ABBANDONATO POCO A POCO DA TUTTI?

IL 09 OTTOBRE 2009 ALLE ORE 12.00 SEDUTA STRAORDINARIA D’URGENZA DEL CONSIGLIO COMUNALE

All’Ordine del Giorno:
1.COMUNICAZIONI DEL SINDACO - PRESIDENTE
2. MODIFICA ED INTEGRAZIONE PROGRAMMA TRIENNALE OPERE PUBBLICHE 2009-2011 ED ELENCO ANNUALE 2009.

ARRIVANO I NUOVI SONDAGGI DI "MELISSANO PENSIERI LIBERI" - ESPRIMI LA TUA...LIBERAMENTE!!!


Li troverai sulla colonna a fianco,
tra le altre rubriche.

CON 57 VOTI CHIUSO L'ULTIMO SONDAGGIO APERTO DA “MELISSANO PENSIERI LIBERI”

CONSIDERANDO GLI ULTIMI GRAVI AVVENIMENTI POLITICO-AMMINISTRATIVI, SECONDO TE, IL SINDACO DI MELISSANO, ROBERTO FALCONIERI, DOVREBBE MUOVERE LE GAMBE, ALZARSI DA QUELLA CALDA POLTRONA, DIMETTERSI, TAGLIARE LA CORDA E SCAPPARE DA MELISSANO?
L’80% ha risposto “SI, QUANTO PRIMA”, e quindi, per 46 lettori il Sindaco di Melissano, Roberto Falconieri, dovrebbe dimettersi.
Il 19% ha risposto “NO, VA BENE COSI’”, e quindi, per soli 11 lettori può continuare ad accomodarsi sulla comoda poltrona dell’Ufficio del Sindaco.
Puoi visionare i risultati del sondaggio nella colonna a destra, in fondo alla pagina.

RICORDI / INTERVISTA AL MAESTRO MARCO FRISINA, MAGGIO 2009 - CHIESA MATRICE B. V. MARIA DEL ROSARIO, MELISSANO

RICORDI / FESTA PATRONALE - UCCIO ALOISI A MELISSANO, 5 SETTEMBRE 2009 (PRIMA PARTE)

LA MUSICA CHE INSEGNA (3) - ASCOLTA: "TENERSI STRETTO, STRETTO IN TASCA IL MONDO / PER POI RIDARLO UN GIORNO FORSE A TE..."

Negramaro - L'immenso (Official video)

LETTERA CIRCOLARE VATICANA, SULL'INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLA SCUOLA, DELLA CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA - TERZA PARTE

Continua la pubblicazione della lettera circolare sull'insegnamento della religione nella scuola inviata dalla Congregazione vaticana per l'Educazione Cattolica ai Presidenti delle Conferenze episcopali e datata 5 maggio 2009.
III. L’insegnamento della religione nella scuola
a) Natura e finalità
10.
L’insegnamento della religione nella scuola costituisce un’esigenza della concezione antropologica aperta alla dimensione trascendente dell’essere umano: è un aspetto del diritto all’educazione (cfr c. 799 CIC). Senza questa materia, gli alunni sarebbero privati di un elemento essenziale per la loro formazione e per il loro sviluppo personale, che li aiuta a raggiungere un’armonia vitale fra fede e cultura. La formazione morale e l’educazione religiosa favoriscono anche lo sviluppo della responsabilità personale e sociale e le altre virtù civiche, e costituiscono dunque un rilevante contributo al bene comune della società.
11. In questo settore, in una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni dei genitori. Il
Concilio Vaticano II ricorda: «[Ai genitori] spetta pure il diritto di determinare la forma di educazione religiosa da impartirsi ai propri figli secondo la propria persuasione religiosa (...). I diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori o se viene imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia completamente esclusa la formazione religiosa» (Dichiarazione Dignitatis humanae [DH] 5; cfr c. 799 CIC; Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, 24 novembre 1983, art. 5, c-d). Questa affermazione trova riscontro nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26) e in molte altre dichiarazioni e convenzioni della comunità internazionale.
12. La marginalizzazione dell’insegnamento della religione nella scuola equivale, almeno in pratica, ad assumere una posizione ideologica che può indurre all’errore o produrre un danno agli alunni. Inoltre, si potrebbe anche creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”. A questo riguardo,
Giovanni Paolo II spiegava: «La questione dell’educazione cattolica comprende (...) l’insegnamento religioso nell’ambito più generale della scuola, sia essa cattolica oppure statale. A tale insegnamento hanno diritto le famiglie dei credenti, le quali debbono avere la garanzia che la scuola pubblica - proprio perché aperta a tutti - non solo non ponga in pericolo la fede dei loro figli, ma anzi completi, con adeguato insegnamento religioso, la loro formazione integrale. Questo principio va inquadrato nel concetto della libertà religiosa e dello Stato veramente democratico che, in quanto tale, cioè nel rispetto della sua più profonda e vera natura, si pone al servizio dei cittadini, di tutti i cittadini, nel rispetto dei loro diritti e delle loro convinzioni religiose» (Discorso ai Cardinali e ai collaboratori della Curia Romana, 28 giugno1984).
13. Con questi presupposti, si comprende che l’insegnamento della religione cattolica ha una sua specificità riguardo alle altre materie scolastiche. In effetti, come spiega il Concilio Vaticano II: «il potere civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente riconoscere la vita religiosa dei cittadini e favorirla; ma dobbiamo affermare che esce dai limiti della sua competenza se presumesse di dirigere o di impedire gli atti religiosi» (DH 3). Per questi motivi spetta alla Chiesa stabilire i contenuti autentici dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, che garantisce, di fronte ai genitori e agli stessi alunni l’autenticità dell’insegnamento che si trasmette come cattolico.
14. La Chiesa riconosce questo compito come suo ratione materiae e lo rivendica come di propria competenza, indipendentemente della natura della scuola (statale o non statale, cattolica o non cattolica) in cui è impartita. Perciò: «all’autorità della Chiesa è sottoposta l’istruzione e l’educazione religiosa cattolica che viene impartita in qualunque scuola (...); spetta alla Conferenza Episcopale emanare norme generali su questo campo d’azione, e spetta al Vescovo diocesano regolarlo e vigilare su di esso» (c. 804 §1 CIC; cfr, inoltre, c. 636 CCEO).
b) L’insegnamento della religione nella scuola cattolica
15.
L’insegnamento della religione nelle scuole cattoliche identifica il loro progetto educativo, infatti, «il carattere proprio e la ragione profonda della scuola cattolica, per cui appunto i genitori cattolici dovrebbero preferirla, consistono precisamente nella qualità dell’insegnamento religioso integrato nell’educazione degli alunni» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica
Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979, 69).
16. Anche nelle scuole cattoliche, va rispettata, come altrove, la libertà religiosa degli alunni non cattolici e dei loro genitori. Questo non impedisce, com’è chiaro, il diritto-dovere della Chiesa «di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede a voce e per iscritto», tenendo conto che «nel diffondere la fede religiosa e nell’introdurre usanze ci si deve sempre astenere da ogni genere d’azione che sembri una coercizione o una sollecitazione disonesta o scorretta» (DH 4).
c) Insegnamento della religione cattolica sotto il profilo culturale e rapporto con la catechesi
17.
L’insegnamento scolastico della religione s’inquadra nella missione evangelizzatrice della Chiesa. È differente e complementare alla catechesi in parrocchia e ad altre attività, quale l’educazione cristiana familiare o le iniziative di formazione permanente dei fedeli. Oltre al diverso ambito in cui ognuna è impartita, sono differenti le finalità che si prefiggono: la catechesi si propone di promuovere l’adesione personale a Cristo e la maturazione della vita cristiana nei suoi diversi aspetti (cfr Congregazione per il Clero,
Direttorio generale per la catechesi [DGC], 15 agosto1997, nn. 80-87); l’insegnamento scolastico della religione trasmette agli alunni le conoscenze sull’identità del cristianesimo e della vita cristiana. Inoltre, il Papa Benedetto XVI, parlando agli insegnanti di religione, ha indicato l’esigenza «di allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza della loro intrinseca unità che le tiene insieme. La dimensione religiosa, infatti, è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita». A tal fine concorre l’insegnamento della religione cattolica, con il quale «la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto e a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro» (Discorso agli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009).
18. La specificità di quest’insegnamento non fa venir meno la sua natura propria di disciplina scolastica; al contrario, il mantenimento di quello status è una condizione d’efficacia: «è necessario, perciò, che l’insegnamento religioso scolastico appaia come disciplina scolastica, con la stessa esigenza di sistematicità e rigore che hanno le altre discipline. Deve presentare il messaggio e l’evento cristiano con la stessa serietà e profondità con cui le altre discipline presentano i loro saperi. Accanto a queste, tuttavia, esso non si colloca come cosa accessoria, ma in un necessario dialogo interdisciplinare» (DGC 73).
In sintesi:
- La libertà religiosa è il fondamento e la garanzia della presenza dell’insegnamento della religione nello spazio pubblico scolastico.
- Una concezione antropologica aperta alla dimensione trascendentale ne è la condizione culturale.
- Nella scuola cattolica l’insegnamento della religione è caratteristica irrinunciabile del progetto educativo.
- L’insegnamento della religione è differente e complementare alla catechesi, in quanto è insegnamento scolastico che non richiede l’adesione di fede, ma trasmette le conoscenze sull’identità del cristianesimo e della vita cristiana. Inoltre, esso arricchisce la Chiesa e l’umanità di laboratori di cultura e umanità.
(3-Continua)

LA VITA BUONA NELLA SOCIETA' ATTIVA (LIBRO BIANCO SUL FUTURO DEL MODELLO SOCIALE) - QUINTA PARTE






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PRIMA PARTE DEL CAPITOLO 4

mercoledì 7 ottobre 2009

CARISSIMO RAGIONIERE FALCONIERI IN CERCA DI NUOVE FORTUNE POLITICHE - LA RISPOSTA FIRMATA STEFANO SCARCELLA (IDV)









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DOPO LA QUERELA-DENUNCIA, IL CONSIGLIERE COMUNALE DELL'IDV, STEFANO SCARCELLA, RISPONDE AL MANIFESTO FIRMATO "IL SINDACO E LA MAGGIORANZA"

Carissimo Ragioniere Falconieri
in cerca di nuove fortune politiche
BASTA COSI’!
In queste settimane hai dato il meglio del tuo modo di fare e di essere, del tuo modo di confrontarti con le opposizioni VERE, che pongono problemi sociali e politici VERI (documentati dalle tue delibere), che denunciano scandali della tua cattiva gestione amministrativa VERI.
BASTA COSI’!
I melissanesi hanno compreso come è davvero impossibile governare con un sindaco scortese ed offensivo. Quando ero assessore, se ben ricordi, mi chiedesti di non abbandonarti, di non crearti ostacoli a tutte le porcherie VERE che hai realizzato dopo, GRAZIE A DIO!, senza la mia firma e la mia alzata di mano.
BASTA COSI’!
Continua pure a perdere tempo dietro manifesti da denuncia-querela. Ti ricordo che i melissanesi pagano il tuo mensile profumato per fare altro, non per insultare e denigrare i Consiglieri votati dalla popolazione.
BASTA COSI’!
E’ QUELLO CHE HANNO PENSATO CENTINAIA E CENTINAIA DI MELISSANESI CHE HANNO DECISO DI LASCIARTI A CASA E DI NON MANDARTI ALLA PROVINCIA.
STEFANO GIUSEPPE SCARCELLA
CONSIGLIERE COMUNALE
Italia dei Valori - Melissano
P.S.: Tu continua pure, con queste sciocchezze, a depistare i cittadini dalle cose che combini sul Comune. Io non mi fermerò qui.
Coraggiosamente andrò avanti e continuerò a pubblicare per i cittadini documenti che tu stesso firmi. SEMPLICEMENTE CON I FATTI, NON CON GLI INSULTI CAMPATI IN ARIA. Perché amo questa città, sogno un futuro migliore, penso al bene della comunità che oggi si chiama solamente “clientelismo” e cioè: m’ama non m’ama, a te sì e a te no, tu mi hai votato tu invece no, a te 10 e a te 100, tu sei famiglia bisognosa tu invece no, tu non paghi la spazzatura tu la paghi con il 20% in più, e bla, bla, bla…

CADONO COME BIRILLI - E CADE SOLO CHI E' VERAMENTE LIBERO E CHI RAGIONA CON LA PROPRIA TESTA DICENDO "NO!"

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Di Attilio Palma
Tratto dal "Nuovo Quotidiano di Puglia-Lecce"
del 07 Ottobre 2009.

IL NUOVO COMUNICATO STAMPA DI GIOVANNI D'AGATA (IDV)

La Regione Puglia vive una condizione oggettiva di marginalità a causa della sua collocazione geografica, della sua conformazione ed anche della qualità delle sue infrastrutture destinate ai trasporti; di tale situazione è vittima soprattutto il Salento per la sua oggettiva posizione geografica.
Molto si è fatto e molto si sta facendo, ma molto resta da fare: ancora oggi, nonostante gli interventi realizzati sulla rete stradale, per andare da Bari a S.Maria di Leuca rispettando i limiti di velocità occorrono circa due ore e mezzo, salvo imprevisti. E in attesa che sia finalmente completata la doppia corsia della S.S.275 fino a Leuca, vi è qualcosa che può essere fatto, senza grandi spese, e che può dare risultati positivi nell’immediato.
Nel territorio salentino vi sono strade, quali la SS.101 per Gallipoli, la SS.16 per Maglie, la SP.367 (ex SS.664) Lequile-Maglie, qualificate come strade extraurbane secondarie, sulle quali vige il limite massimo di velocità di 90 km/h, ma che di fatto sono in tutto e per tutto uguali alle autostrade, avendo due corsie, divise da spartitraffico centrale, per senso di marcia e non possono esser qualificate tali solo per l’assenza di adeguata corsia di emergenza. Esse, comunque, già hanno caratteristiche ogget-tive tali da consentire la loro riqualificazione in strade extraurbane principali, sulle quali può essere stabilito un limite di 110/km/h, come è stato fatto, grazie all’interessamento del nostro Presidente nazionale, ANTONIO DI PIETRO che, nel breve periodo in cui è stato Ministro delle Infrastrutture, ha promosso la LECCE-BARI, rendendo possibile percorrerla a 110 km/h solo emettendo un decreto e modificando la segnaletica.
Qualsiasi utente della strada si rende conto dell’assurdità del limite attuale, che peraltro, è altrettanto agevole rilevarlo, non viene regolarmente rispettato, forse proprio perché avvertito come ingiusto dagli utenti medesimi, con pesantissime conseguenze in caso di sanzioni; e proprio il senso di inadeguatezza del limite attuale alimenta la trasgressione: una volta che, pur circolando a velocità prudenziale, come possono esserlo i 110 km/h sulla Lecce-Gallipoli, si è in condizione di subire contravvenzione, allora non si avvertono limiti di sorta e come niente si corre a 200 all’ora. A questo spettacolo possiamo assistere quotidianamente, e basta percorrere una di queste strade a velocità regolamentare per rendersi conto che ci superano anche le biciclette.
Sarebbe possibile, con un minimo sforzo da parte delle Istituzioni competenti, compiere anche per queste strade ciò che DI PIETRO ha fatto per la LECCE-BARI, promuovendone la riqualificazione, con la conseguente applicazione del limite di velocità di 110 km/h: ciò consentirebbe di poter diminuire notevolmente i tempi di percorrenza, con conseguente beneficio per i trasporti ed il turismo (una recente indagine ha reso noto che la stragrande maggioranza dei turisti che si recano in Salento lo fanno in auto). Renderebbe più adeguato il limite di velocità, incoraggiando il suo rispetto e quindi il ripristino di una legalità purtroppo costantemente violata, perché un automobilista, sapendo che può procedere ad una velocità tutto sommato accettabile e non assurda, è più portato a rispettare il limite, e contribuendo a migliorare la sicurezza sulle strade, mentre oggi, stante l’assurdità del limite attuale, siamo portati a superarlo e, una volta violata la norma, chi più può andare, va.
GIOVANNI D’AGATA Componente del Dipartimento nazionale Tutela del Consumatore dell’ ITALIA DEI VALORI invita la PROVINCIA DI LECCE, l’ANAS, il MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE a prendere in considerazione il problema: rendere possibili nuovi limiti aumenterà la legalità e renderà possibile ridurre i tempi di percorrenza per i trasporti su gomma, promuovendo lo sviluppo del territorio salentino.
Lecce, 03 ottobre 2009
Giovanni D’AGATA
Componente dipartimento Tematico Nazionale
“Tutela dei Consumatori”

L'ALTRA OMELIA (7) - LA VITA E' UN MATRIMONIO INDISSOLUBILE

XXVII Domenica
del Tempo Ordinario
4 ottobre 2009
Di padre Angelo del Favero
2 ottobre 2009
Tratto da ZENIT.org
“Partito di là, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: 'Che cosa vi ha ordinato Mosè?'. Dissero: 'Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla'. Gesù disse loro: 'Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto'. A casa i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: 'Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro' (Mc 10,1-16).
“La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco come è benedetto l’uomo che teme il Signore” (Salmo 127,1-6).
Il Vangelo di oggi potrebbe avere questo titolo: “Il matrimonio è indissolubile come la vita che Dio crea congiungendo l’anima e il corpo”. Solo la morte separa l’anima dal corpo, solo la morte può separare gli sposi. Il vincolo coniugale, infatti, non è un nodo che Dio stringe e l’uomo può sciogliere di sua iniziativa; è piuttosto una trasformazione personale irreversibile operata dall’unione nuziale: un “io” che diventa “noi”, rimanendo “io”: “...e i due diventeranno una carne sola”. Anche prima delle nozze ognuno era, in se stesso, una carne sola, sola e solitaria; ma con le nozze ha mutato il proprio statuto ontologico ed è diventato “persona-sposa”, cioè carne-non-più-solitaria, inseparabilmente unita all’altra, come due pezzi di cera fusi insieme.
Questo mistero d’amore è già inscritto nell’evento mirabile della fecondazione umana: il pro-nucleo maschile, appena penetrato nell’ovocita, è attivato geneticamente e si dirige verso il pro-nucleo femminile per completarlo con il proprio apporto cromosomico. Il percorso verso la fusione richiederà una ventina di ore, ma il nuovo essere umano è già concepito allo start. La vita umana inizia in partenza: adesso esiste “una carne sola”, un nuovo essere umano. E’ qui ed ora che Dio dona la vita al figlio, è qui ed ora che l’anima indissolubilmente si unisce al corpo, ed è concepito un uomo. Solo la morte scioglierà “temporaneamente” l’anima da questo corpo, fino al giorno primo e ultimo della risurrezione della persona integrale. Vengo al Vangelo.
La disputa sul divorzio concesso da Mosè, manifesta la malizia dei farisei, che vogliono far cadere in fallo Gesù sul terreno della Legge. Evidentemente il Signore aveva spesso richiamato ed insegnato la bellezza divina della fedeltà coniugale, suscitando commenti e riserve nell’uditorio maschile, visto che a quel tempo era solo l’uomo ad avere il diritto legale di ripudiare la propria moglie. Ma Gesù fa del trabocchetto una pedana di lancio, poiché non si limita a condannare il divorzio, ma rivela la bellezza perfetta del disegno divino sul matrimonio, bellezza che si chiama santità, ed indica la via per vanificare anche solo l’idea della separazione dei coniugi.
I farisei avevano posto ad arte la questione sul livello sterile della casistica. La loro comprensione del matrimonio era ferma...al livello dei sintomi. Gesù invece li conduce alla diagnosi della malattia di base. Il riferimento alla clinica non è casuale. In effetti, come la sindrome cardiologica detta “sclerocardia” può essere tanto grave da non consentire ad un uomo di lavorare (giustificando la dichiarazione di invalidità), così la “sclerocardia” spirituale (alla lettera: “durezza del cuore”) fu la causa della concessione del divorzio da parte di Mosè, attuato mediante la consegna della dichiarazione di ripudio alla donna (Dt 24,1ss). Ripudio significa perciò l’allontanamento della moglie dalla casa.
Trasferito all’oggi, il concetto di ripudio, al di là dell’immediato ed ovvio significato di rifiuto deciso e sprezzante, è più esteso, riconducibile a “usa e getta”: “Applicata al matrimonio, questa mentalità risulta del tutto errata e micidiale. Il matrimonio non è come un vaso di porcellana che si può solo sciupare con il passare del tempo, mai migliorare, e, una volta che ha avuto un piccolo screzio, anche se incollato, perde metà del suo pregio. Esso appartiene all’ambito della vita e ne segue la legge. Come si conserva e si sviluppa la vita? Forse mantenendola staticamente sotto una campana di vetro, al riparo da urti, cambiamenti e agenti atmosferici? La vita è fatta di continue perdite che l’organismo impara a riparare quotidianamente, di attacchi di agenti e virus di ogni tipo che l’organismo intelligentemente prevede e sconfigge, facendo entrare in azione i propri anticorpi. Almeno finchè esso è sano. Il matrimonio dovrebbe essere come il vino, che, invecchiando, migliora, non peggiora.
Il processo che porta ad un matrimonio riuscito è dello stesso tipo di quello che porta alla santità. Forse che la santità si acquista non facendo niente, non compromettendosi, non sporcandosi le mani, nascendo già santi e mantenendosi tali per tutta la vita, come certe statuine di marmo e di plastica? No, è fatta di cadute, da cui ci si rialza, a volte di traviamenti profondi, peccati anche terribili, dai quali però un giorno ci si è ripresi, per cominciare una nuova vita. La santità è frutto di continua conversione e di crescita” (p. R. Cantalamessa, Riflessione sui Vangeli, Anno B, p. 300).
Una conversione che consiste anzitutto nell’accoglienza e nel perdono reciproco continuamente rinnovati, una crescita che è operata dalla grazia santificante, come il sole fa crescere il germoglio dalla terra.
La finale evangelica dei bambini toccati, abbracciati e benedetti da Gesù è icona semplice e perfetta della verità e della bellezza del matrimonio. In ogni bambino che stringe a sé Gesù abbraccia e benedice gli stessi suoi genitori, il loro matrimonio, e il loro non facile cammino quotidiano di fedeltà alla volontà di Dio, specialmente nell’educazione dei figli mediante l’amore. Quest’abbraccio benedicente del Signore (che ogni giorno avviene nell’Eucaristia) ha il potere di santificare la famiglia intera, poiché comunica la grazia dall’Alto: “Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli” (Eb 2,11).
In maniera semplice ed affascinante, santa Teresa di Gesù Bambino, la monaca carmelitana definita da san Pio X “la più grande santa dei tempi moderni”, Dottore della Chiesa e Patrona delle missioni, ha detto: “La santità è una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli fra le braccia di Dio, consci della nostra debolezza, e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre” (cfr Novissima verba, 3 agosto 1897).
Teresa avrebbe anche potuto affermare che la santità è una disposizione familiare, dato che entrambi i suoi genitori sono stati dichiarati Beati un anno fa. Tuttavia, se è vero che i genitori santi meritano di generare dei santi, è anche vero che: “Nessuno nasce santo: non lo erano gli apostoli, segnati da limiti umani anche gravi. Come noi. Come tutti i cristiani… Gesù chiama gli uomini perché diventino santi e non perché lo siano già” (Benedetto XVI, Brindisi, 15/06/2008).
E’ una chiamata che spesso avviene nell’ambito familiare, inteso non solo come appartenenza, ma come immagine e testimonianza dell’amore e della santità di Dio, come fu il caso della santa di Lisieux, ultima di nove figli: “Teresa realizza nel soprannaturale soltanto ciò che in qualche modo ha vissuto nel naturale. E nulla ella ha forse sperimentato in modo più intimo e travolgente dell’amore del padre e della madre. Per questo la sua immagine di Dio è determinata dall’amore filiale. In ultima analisi è a Luigi e Zelia Martin che dobbiamo la dottrina della piccola via, dell’infanzia spirituale, perché furono loro a rendere vivo e palpitante nel cuore di Teresa di Gesù Bambino il Dio che è più del padre e della madre” (H.U.von Balthasar, Sorelle nello spirito).
Luigi e Zelia, nell’unità e fedeltà del loro matrimonio, hanno offerto ai loro figli la testimonianza di una vita cristiana esemplare, compiendo i loro doveri quotidiani secondo lo spirito del Vangelo. Allevando una famiglia numerosa, segnata da prove, lutti (tre bambini volati in cielo nel primo anno di età, la madre morta quando Teresa ha solo quattro anni) e gravi sofferenze (il padre affetto da demenza cerebrale), questi santi genitori hanno manifestato la loro fiducia in Dio aderendo generosamente alla sua volontà.
Per questo Dio benedisse la loro grande famiglia, che la Chiesa ha posto sugli altari come un segno per tutte le famiglie: perché non abbiano paura di avere i bambini che Dio vorrà loro donare, ma abbiano piuttosto paura della decisione di non averne.
Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

SPECIALE ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE" - MONS. MARCHETTO: SULLA TERRA C'E' SPAZIO PER TUTTI (57.ESIMA PARTE)

Il Segretario del dicastero
per i migranti riflette
sulla “Caritas in Veritate”
Di Roberta Sciamplicotti
6 ottobre 2009
Tatto da ZENIT.org
Sulla terra c'è spazio per tutti; per questo, il fenomeno delle migrazioni non deve allarmare, ma far scoprire la ricchezza che qualsiasi uomo o donna può apportare a una società.
Lo ha sottolineato l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenendo questo lunedì a Vicenza sul tema “L'Enciclica
Caritas in Veritate e la pastorale per i migranti” in occasione dell’Incontro promosso dalla Fondazione Migrantes diocesana.
Nell'Enciclica, ha ricordato, il Papa si riferisce alle cause che inducono milioni di uomini e donne ad emigrare, come l’“estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di alimentazione”, la questione dell’acqua, dell’agricoltura, dell’ambiente, dell’energia, la ricerca di un lavoro degno.
Un'altra causa di migrazione è la globalizzazione, che ha “grandemente contribuito a far uscire intere regioni dal sottosviluppo”, ma come ha scritto il Papa può anche “concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana”.
La società sempre più globalizzata, infatti, avvicina ma non rende fratelli. Per questo, ha spiegato l'Arcivescovo, è “necessario che questa maggiore vicinanza tra le persone, oggi, si trasformi in vera comunione, se si vuole arrivare all’autentico sviluppo dei popoli”, che dipende soprattutto dal riconoscere di essere una sola famiglia.
Come ha affermato il Pontefice (n. 50), “c’è spazio per tutti, su questa nostra terra: su di essa l’intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con l’aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva”.
Le migrazioni, causa o effetto dello sviluppo?
Il rapporto tra migrazioni e sviluppo, ha riconosciuto monsignor Marchetto, è “assai complesso” perché “non è lineare il rapporto causa-effetto tra i due termini del binomio”.
Se da un lato, ha infatti spiegato, “si ritiene che la mancanza di sviluppo nella terra d’origine generi emigrazione, perché ivi è difficile assicurare una vita degna, o addirittura soddisfare alle fondamentali necessità di sopravvivenza, per sé e per la propria famiglia”, dall'altro “l’emigrazione stessa può anche generare una mancanza di sviluppo, reso assai difficile se si priva il Paese originario delle migliori risorse umane atte a dare un contributo significativo alla produzione locale e ai processi ad essa connessi”.
Il presule ha quindi ricordato le diverse situazioni dei migranti, molti dei quali sono “altamente qualificati e competenti”, situazione che provoca nei Paesi meno sviluppati” il cosiddetto “brain drain”, o fuga di cervelli.
Tale contesto è particolarmente problematico se si parla dei lavoratori del settore sanitario, “eppure sarebbe un violare i loro diritti umani e la loro libertà di movimento se si attuassero provvedimenti che togliessero loro la possibilità di decidere liberamente se partire o meno”.
Accanto a questo tipo di emigrazione, ce ne sono altri “più numerosi e anche più dolorosi”, perché “non si tratta del caso di persone in fondo privilegiate, ricercate da datori di lavoro che necessitano di conoscenze e capacità professionali o tecnologiche non facilmente reperibile in loco”.
Anche questi altri tipi di migranti, ad ogni modo, sono necessari perché “sono pronti a svolgere mansioni che i locali non vogliono più eseguire”.
“E che dire di coloro che sono fuggiti dalla terra natia a causa di guerre, violenze, o persecuzioni per motivi politici, etnici, religiosi o per le loro convinzioni? O di chi si è allontanato da catastrofi ambientali naturali o provocate dall’uomo?”, ha chiesto.
Integrazione o assimilazione?
Vivere in una società diversa dalla propria rappresenta “una vera sfida per l’immigrato”, che si trova davanti alle difficoltà materiali quotidiane e a una “questione scottante, che potrebbe anche disorientare: l’integrazione”.
“Quando si parla di integrazione significa che l’immigrato deve adattarsi al modello di vita locale, fino a diventare una copia dell’autoctono, trascurando le proprie legittime radici culturali?”, ha domandato monsignor Marchetto, sottolineando che se così fosse “verrebbe assimilato e non integrato”.
L'assimilazione, constata, rappresenta un impoverimento anche delle società d’accoglienza, “perché il contributo culturale e umano dell’immigrato alla società che lo ospita è in tal modo minimizzato se non annullato”.
Se i migranti devono “senz’altro” compiere “i passi necessari per essere inclusi socialmente nel luogo di destino”, questo processo deve tuttavia “rispettare l’eredità culturale che ognuno porta con sé”.
L’integrazione, ha concluso monsignor Marchetto, non è ad ogni modo “una strada a senso unico, non è cammino da percorrere solo dall’immigrato, ma anche dalla società di arrivo, che, a contatto con lui, scopre la sua 'ricchezza', cogliendone i valori della cultura”.
Entrambe le parti devono dunque essere disposte a impegnarsi, “giacché motore dell’integrazione è il dialogo, e ciò presuppone un rapporto reciproco”.
Solo in questo modo, come ha ricordato il Papa nella sua Enciclica, si potrà “dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio”.

giovedì 1 ottobre 2009

CONSIGLIO COMUNALE DEL 30 SETTEMBRE 2009 - CARI LETTORI E CITTADINI, RITORNANDO SUL TEMA DELLA SALVAGUARDIA DEGLI EQUILIBRI DI BILANCIO...

Cari Lettori e Cittadini, tutto quadra, grazie a Dio neanche stavolta ci sono squilibri di bilancio, tutto pareggia, né un centesimo in più né uno in meno, questo già lo sapevamo dall’ultima seduta consigliare sul bilancio, ma lo sappiamo da anni, tutto va bene in questo Comune. Ad eccezion fatta di tante e tante preoccupanti dichiarazioni del sindaco Roberto Falconieri del tipo “nonostante le difficoltà… tanti sono i problemi che affliggono il nostro Comune… debiti vecchi della passata amministrazione…”.
Ancora una volta, noi Consiglieri Comunali, siamo stati chiamati ad esprimere un voto sulla parola, fidandoci esclusivamente del parere, dell’attestazione del responsabile del settore finanziario e contabile (ovviamente, sono stato costretto ad esprimere VOTO CONTRARIO).
E questo mentre il nostro Comune affronta pignoramenti e confische di somme di denaro, mentre il nostro Comune rischia la nomina di un Commissario ad acta che risolva, ahimè!, definitivamente il debito con la Monteco di oltre 1milione 200mila Euro. Lo abbiamo appreso dai quotidiani questo debito, non da altri, grazie alle proteste dei dipendenti delle ditte e grazie ai numerosi incontri tenutisi in Prefettura.
Ancora una volta, con intenzione quasi, e con responsabilità sempre più pesanti, come se da questa parte (la parte dell'opposizione) ci fossero seduti consiglieri comunali tutti alle prime armi, si sono presentati nell'aula consiliare senza inserire in bilancio ulteriori debiti fuori bilancio che conoscono già dall’anno scorso (ricordo un triste elenco, incompleto tra l’altro e pubblicato poi su questo blog).
A questo punto mi sorge spontanea una domanda, cari Lettori, cari Cittadini: dove vogliono arrivare, dove vogliono “colare a picco" Melissano e i Melissanesi se, neanche nel 2009, non hanno avuto intenzione di assicurare la necessaria e giusta copertura contabile a tali debiti, non certamente contati sul palmo di una mano e quantificati, dallo stesso sindaco (tra le comunicazioni del Presidente), in oltre 282mila Euro alla data del 30 Settembre 2009?
Melissano, 01 Ottobre 2009
Stefano Giuseppe SCARCELLA

CONSIGLIERE COMUNALE

CONSIGLIO COMUNALE DEL 30 SETTEMBRE 2009 - IL LUNGO INTERVENTO DI STEFANO SCARCELLA PRIMA DELLA TRATTAZIONE DEI PUNTI POSTI ALL'ORDINE DEL GIORNO

Signor Presidente, Signori Consiglieri,
succedono cose alquanto strane a Melissano:
- Succede che un Consigliere Comunale sia oggetto / bersaglio di minacce di morte che, a lungo andare, credetemi, stancano pure e mi fanno serenamente dichiarare: “Che vadano al diavolo! Non ho tempo da perdere con queste esternazioni di ignoti certamente mafiosi e vagabondi. Ho altro da fare e lo dimostrano i fatti”;
- Succede che il Sindaco di Melissano limiti ai minimi termini l’attività di un Consigliere Comunale di minoranza e mi riferisco alla sola ed unica visita permessami negli Uffici di Segreteria (il martedì, per sole due ore); succede che il sottoscritto si rivolga al Prefetto per apporre dei correttivi in merito a tali disposizioni date dal Sindaco agli Uffici, ma il Prefetto non si esprime (almeno, non è dato di sapere se sia intervenuto o meno, nessuna risposta ha fatto seguito alla mia richiesta di aiuto);
- Succede che l’Ufficio Protocollo non abbia l’abitudine di protocollare al momento la posta consegnata brevi manu (a dire la verità qualcosa è cambiato nelle ultime due settimane), come succede che dipendenti comunali, spesso Responsabili di Settore, volontariamente non rispondano a diverse mie richieste scritte, o rispondano comodamente oltre i 60-70-80 giorni (questo è il rispetto che riservano a chi è stato democraticamente eletto dal popolo. Ma parleremo anche di questo nelle sedi opportune, nei tempi opportuni, con i diretti interessati, non ho fretta);
- Succede che Assessori Comunali si prendano il lusso (ed il vizio) di dire quello che vogliono, minacciandomi verbalmente pure, non si sa per quali oscuri motivi;
- Succede che il Sindaco ed i Consiglieri di Maggioranza firmino un pubblico manifesto, preziosa occasione questa, non per dare spiegazioni ai melissanesi riguardo ai problemi per cui si è stati attaccati, ma per offendere, insultare, denigrare chi è scomodo e dà fastidio, alla stregua di un “malato mentale”. Parlate di un malato mentale. Di un malato mentale che ha denunciato un fatto gravissimo, se accertato, e commesso nell’Ufficio di Polizia Municipale. Di un malato mentale che opera per il bene comune dal momento che le multe le ha sempre pagate, correttamente, onestamente, interamente. Parlate di un malato mentale che ha denunciato il mancato completamento dell’opera di numerazione civica. Un malato mentale che opera per il bene comune dal momento che il numero civico lo ha già acquistato da tempo, mentre a tutte le altre famiglie melissanesi regalate in questi giorni un numero civico vecchio, senza la denominazione stradale (se la scriveranno a pennarello forse, i nostri cittadini). Parlate di un malato mentale che ha denunciato un sindaco che realmente ha anticipato soldi dalla sua tasca, salvo poi recuperarli con atto di giunta comunale, di un malato mentale che ha denunciato i pesanti e reali debiti comunali;
- Succede che tutto questo intenso lavoro viene magicamente “stravisato” e letto come accanimento personale, come danno da voler fare alla singola persona: unica via di salvezza per piangere i propri mali e per dire “Ce l’ha con me, non con quello che sto combinando”.
E’ chiaro Signor Presidente, Signori Consiglieri, che in tutto questo c’è qualcosa che non va. E’ chiaro che c’è bisogno di spiragli di collaborazione reciproca se si deve andare avanti.
Certissima è una cosa: non mi dimetterò, fissatevelo bene in mente, né mi faro esasperare da persone che limitano in tutti i sensi la mia serenità e non mi permettono di andare avanti, cercando di ostacolarmi continuamente dall’Ufficio Protocollo al riscontro (comunale) di natura prettamente amministrativa.
Melissano, 30 Settembre 2009
Stefano Giuseppe SCARCELLA
CONSIGLIERE COMUNALE

CONSIGLIO COMUNALE DEL 30 SETTEMBRE 2009 - SPUNTANO DEBITI FUORI BILANCIO PER OLTRE 282MILA EURO

Come sempre, il sindaco di Melissano, Roberto Falconieri, riferisce in Consiglio Comunale, sotto forma di "Comunicazione del Presidente", l'esistenza di debiti fuori bilancio non ancora riconosciuti (a suo dire supererebbero la soglia dei 282mila Euro fino al 30 Settembre 2009), ma non li inserisce nel bilancio comunale, e, quel che è peggio, non assicura adeguata e necessaria copertura contabile.
Un'azione che andava fatta in sede di "Salvaguardia degli equilibri di bilancio" (se non addirittura in sede di approvazione del bilancio preventivo 2009 dal momento che da oltre un anno si è a conoscenza di un triste elenco di debiti sparsi qua e la) ma, volontariamente non voluta dal sindaco e dalla sua maggioranza.
Cosa ha fatto il Revisore Unico dei Conti del Comune di Melissano per impedire questo atteggiamento?
Quali azioni ha intrapreso in merito per dichiarare alla Corte dei Conti l'esistenza di tali debiti non portati in Consiglio Comunale dall'attuale amministrazione?
Vorremmo saperlo e, magari, aspettiamo sue dichiarazioni su questo canale...

NEL PALAZZO E' GUERRA A COLPI DI MANIFESTI - NUOVO ARTICOLO DEL "QUOTIDIANO"


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Di Attilio Palma
Tratto dal “Nuovo Quotidiano di Puglia-Lecce”
del 01 Ottobre 2009
Riporto fedelmente il testo dell'articolo, poco chiaro nella scansione che è stata eseguita:
“Cittadini, sappiate distinguere tra chi sta lavorando e chi invece si abbandona a deliri ed elucubrazioni notturne da disturbati mentali…”. Questo ed altro è contenuto nell’ultimo manifesto fatto affiggere dal sindaco Roberto Falconieri e dalla sua maggioranza.
Destinatari: il segretario del Pd, Antonella Tenuzzo, e il consigliere comunale d’opposizione dell’Italia dei Valori, Stefano Scarcella, definiti anche “sfascisti e irresponsabili, nemici di Melissano e del bene comune”.
Quanto basta per spingere i due esponenti politici a sporgere querela (contro il primo cittadino e tutti i componenti della maggioranza) presso la locale stazione dei carabinieri diretti dal maresciallo Alessandro Borgia.
Per la Tenuzzo è la seconda nel giro di pochi giorni poiché un altro, precedente manifesto era stato oggetto di denuncia.
Scarcella ha anche presentato denuncia contro ignoti per la minaccia di morte (“Scarcella 6 morto”) scritta su un muro di via Paolo Veronese.
Il giovane rappresentante dell’Italia dei Valori dice: “Abbiamo a che fare con un sindaco disperato, che non sa quello che dice e quando offende, e con la sua combriccola di maggioranza che non sono certamente un’equipe medico-psichiatrica e quindi le persone giuste per diagnosticare arbitrariamente e pubblicamente malattie psicologiche inesistenti”.

L'ULTIMO MANIFESTO DEL SINDACO IN CUI MI HA CONSIDERATO, ASSIEME ALLA CONSIGLIERA TENUZZO ANTONELLA, QUASI UN MALATO MENTALE? REPLICO A GRAN VOCE...

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COMUNICATO STAMPA
Dopo articolo su manifesto
di Sindaco e Maggioranza
SCARCELLA E TENUZZO

QUERELANO SINDACO E MAGGIORANZA
Abbiamo a che fare con un sindaco disperato, ormai, che non sa quello che dice e quanto offende.
Lui e la sua congrega di maggioranza non sono certamente un’equipe medico-psichiatrica e perciò non sono le persone giuste a diagnosticare arbitrariamente e pubblicamente malattie psicologiche inesistenti.
Con quest’ultimo manifesto, il sindaco Falconieri ha fatto acqua da tutte le parti, dando il meglio del suo modo di fare e di essere e, dimostrando ai melissanesi come sia veramente impossibile lavorare con un uomo simile, che fa tutto da solo.
Ha dimostrato altresì la reale difficoltà di confrontarsi con le opposizioni VERE, che pongono problemi sociali e politici VERI, documentati solo dalle sue stesse delibere.
Non ama la collettività solo chi ha potere e governa, caro Sindaco. Ama il proprio paese e persegue per i cittadini il bene comune anche chi contrasta e denuncia un modo di fare casereccio, squallido e volgare, se fatto soprattutto di insulti ed offese e non supportato da documenti.
E’ facile attaccare un consigliere dandogli del malato mentale; è molto difficile rispondere, invece, a ciò che il consigliere denuncia.
Non sono stato sbattuto fuori dalla maggioranza, caro Sindaco. Dimentichi forse di avermi implorato di restare al tuo fianco. Ma io non ci sono cascato una seconda volta: ho scelto di essere libero, onesto, di non essere strumentalizzato, di pensare a ciò che è veramente importante per i melissanesi, di informarli di tutto ciò che fai.
I melissanesi stavolta non cadranno nel tuo finto vittimismo. Li offendi se pensi di prenderti gioco di loro non ritenendoli all’altezza di valutare chi lavora per il bene, chi per la propria poltrona.
28 Settembre 2009
Stefano Giuseppe SCARCELLA
CONSIGLIERE COMUNALE
Italia dei Valori - Melissano

MELISSANO E' UN COMUNE VIRTUOSO OPPURE NO? - VERIFICATELO... PARE PROPRIO DI NO, E I SOLDI SE LI "PAPPANO" GLI ALTRI COMUNI!!!

Articolo di Stefano Cortese
Tratto dal Sito Internet
www.tuttomelissano.it
La conferenza Stato-città ha dato il via libera ai premi per i comuni virtuosi che abbiano rispettato il patto di stabilità nell'anno 2008.
I benefici, per un totale di 170 milioni ripartito in 1400, sono stati destinati a diversi comuni vicini come Ugento (€ 93.602), Parabita (€ 17.008), Taviano (€ 24.118), Alezio (€ 61.924), Matino (€ 22.330), Presicce (€ 10.316), Ruffano (€ 95.398).
Il bilancio della città di Melissano per l'anno 2008, reso noto ed approvato nel consiglio comunale in data 4 agosto 2009, ricordo essere risultato in attivo di poco più di € 3000 (così dicono loro aggiungo io, Stefano Scarcella, ma senza aver inserito nel bilancio i "debiti fuori bilancio" non ancora riconosciuti e che, a quanto ha riferito il sindaco di Melissano, Roberto Falconieri, nel Consiglio Comunale di ieri, 30 Settembre 2009, ammonterebbero ad oltre 282mila Euro), ma di benefici non c'è traccia.
Clicca sulla pagina del Sito Internet
http://www.tuttomelissano.it/News09/Patto.htm
e clicca nella casella per consultare l'elenco dei comuni beneficiari (fonte: Il Sole 24 ore)

GLI OPERAI DEL GRUPPO ADELCHI SUL TETTO CHE SCOTTA - COMUNICATO STAMPA IDV

Una volta l’operaio, e cittadini in generale, scendevano in piazza, adesso salgono sui tetti. I tempi cambiano. E’ arrivato il momento di scendere dai tetti e ritornare in strada, se si vuole davvero cambiare qualcosa in questo paese.
Bread and Roses è un film del 1999, diretto dal regista inglese Ken Loach. Il film è ambientato a Los Angeles e racconta la storia di Maya, immigrata messicana che arriva nella città americana illegalmente per raggiungere la sorella Rose (Elpidia Carrillo), che riesce a farla assumere per la stessa impresa di pulizie per cui lavora lei, la Angel. Negli uffici dove lavora si imbatte in Sam (Adrien Brody) giovane sindacalista che sta cercando di far aprire gli occhi ai dipendenti dell’impresa, pagate poco e con un contratto di lavoro che non prevede l’assicurazione sanitaria, l’indennità di malattia e le ferie. Nonostante lo scetticismo di molti lavoratori riesce nel suo intento, grazie soprattutto alla collaborazione di Maya. Le campagne anti “Angel” non passeranno inosservate, qualcosa comincia a muoversi, e i responsabili dell’azienda cominceranno a licenziare delle lavoratrici. Nonostante ciò la campagna non si ferma, tutt’altro, un grande corteo manifesterà per le vie della città, entrerà anche all’interno del palazzo, causando quindi l’intervento della polizia.
Ken Loach realizza un film negli States, senza però scendere a compromessi con il suo modo di fare cinema . Le ingiustizie sociali, lo sfruttamento degli immigrati, i sindacalisti sempre più lontani dalla realtà di quei lavoratori che dovrebbero invece rappresentare. Questi sono solo alcuni dei temi affrontati in questa pellicola dal regista inglese. A differenza di altri, Ken Loach decide di andare in America e non girare un film che celebri il sogno americano ma che rappresenta la delusione di chi in quel sogno ci credeva. Quando è stato girato Bread and Roses in Italia non era stata ancora varata la Legge 30, dopo la quale, anche nella nostra nazione hanno iniziato a verificarsi dei casi simili a quelli dell‘impresa Angel. Basta ricordare la storia dei precari dell’Atesia di Roma, il più grande Call Center italiano, raccontata da Ascanio Celestini nel documentario Parole Sante. I lavoratori in quel caso riuscirono in una grande impresa, gli scioperi che organizzarono avevano un’adesione anche del 90%. Purtroppo i sindacati non contribuirono molto alla lotta, i lavoratori furono abbandonati. Ma dopo la vicenda degli operai della Innse di questo Agosto , una nuova forma di protesta si sta diffondendo nel bel paese. L’occupazione dei tetti delle fabbriche. Dopo la Innse di Milano sono state occupate in questo modo molte altre fabbriche.
Oggi è la volta del gruppo ADELCHI a Tricase in provincia di Lecce.
Una volta l’operaio, e cittadini in generale, scendevano in piazza, adesso salgono sui tetti. I tempi cambiano. Poi il nostro è un paese strano, spesso capita che quando una cosa funziona si tenda ad imitarla, copiarla fino a sminuirne il significato originario, la sua originalità. Basta ricordare i lucchetti di Ponte Milvio e di ponti sparsi nelle città del nostro caro vecchio stivale. Adesso anche gli studenti iniziano a salire sui tetti, confermano sempre più questa tendenza che da eccezione si sta trasformando in regola. Lo slogan con cui scendono in piazza i lavoratori nel film di Ken Loach è “Vogliamo il pane, ma anche le rose”. In Italia forse ci stiamo accontentando del pane, si tende a sdrammatizzare, c’è sempre chi sta peggio di noi, noi che almeno arriviamo alla quarta settimana del mese. Un’altra cosa che ci manca sono gli slogan, gli ultimi urlati dalla piazza sono stati pronunciati da 2 personaggi l’uno l’opposto dell’altro. Il primo è il “Vaffa” di Beppe Grillo. Il secondo invece oltre ad essere profetico, denunciava il pericolo di un allontanamento dalla politica da parte della gente, “Con questi dirigenti non vinceremo mai”, urlato da Nanni Moretti a Piazza Navona.
E’ arrivato il momento di scendere dai tetti e ritornare in strada, se si vuole davvero cambiare qualcosa in questo paese, e per farlo bisogna seguire l’esempio illustrato in Bread and Roses da Ken Loach, che si racchiude in un motto pronunciato anche da Celestini in Parole Sante “Sapere, far sapere, saper fare e fare ...”
Metalli preziosi Paderno Dugnano
Esab Saldatura Mesero (Milano)
Alcatel Lucent Battipaglia
Lasme Melfi
ADELCHI Tricase
ITALIA DEI VALORI DI LECCE ESPRIMEsolidarietà totale e incondizionata ai lavoratori del gruppo ADELCHI in sciopero da questa mattina. La loro drammatica situazione si aggiunge a quella di tanti altri lavoratori che, da una condizione già estremamente precaria, stanno passando ad un futuro ancora più incerto segnato anche dall’assenza di strategie industriali degne di questo nome.
Lecce, 26 settembre 2009
IdV Lecce
Giovanni D’Agata

LA MUSICA CHE INSEGNA (2) - ASCOLTA: "UN SEGRETO E' / FARE TUTTO COME SE / VEDESSI SOLO IL SOLE / E NON QUALCOSA CHE NON C'E'..."

LETTERA CIRCOLARE VATICANA, SULL'INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLA SCUOLA, DELLA CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA - SECONDA PARTE

Continua la pubblicazione della lettera circolare sull'insegnamento della religione nella scuola inviata dalla Congregazione vaticana per l'Educazione Cattolica ai Presidenti delle Conferenze episcopali e datata 5 maggio 2009.
II. Natura e identità della scuola cattolica: diritto ad un’educazione cattolica per le famiglie e per gli alunni. Sussidiarietà e collaborazione educativa
5. Nell’educazione e nella formazione un ruolo particolare riveste la scuola cattolica. Nel servizio educativo scolastico si sono distinte e continuano a dedicarsi lodevolmente molte comunità e congregazioni religiose, ma tutta la comunità cristiana e, in particolare, l’Ordinario diocesano hanno la responsabilità di «disporre ogni cosa, perché tutti i fedeli possano fruire dell’educazione cattolica» (c. 794 §2 CIC) e, più precisamente, per avere «scuole nelle quali venga trasmessa un’educazione impregnata di spirito cristiano» (c. 802 CIC; cfr c. 635 CCEO).
6. Una scuola cattolica si caratterizza dal vincolo istituzionale che mantiene con la gerarchia della Chiesa, la quale garantisce che l’insegnamento e l’educazione siano fondati sui principi della fede cattolica e impartiti da maestri di dottrina retta e vita onesta (cfr c. 803 CIC; cc. 632 e 639 CCEO). In questi centri educativi, aperti a tutti coloro i quali ne condividano e rispettino il progetto educativo, deve essere raggiunto un ambiente scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità, che favorisca uno sviluppo armonico della personalità di ciascuno. In quest’ambiente viene coordinato l’insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, di modo che la conoscenza del mondo, della vita, dell’uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dal Vangelo (cfr GE 8; c. 634 §1 CCEO).
7. In questo modo, è assicurato il diritto delle famiglie e degli alunni ad un’educazione autenticamente cattolica e, allo stesso tempo, si attuano gli altri fini culturali e di formazione umana e accademica dei giovani, che sono propri di qualsiasi scuola (cfr c. 634 §3 CCEO; c. 806 §2 CIC).
8. Pur sapendo quanto ciò oggi sia problematico è auspicabile che, per la formazione della persona, esista una grande sintonia educativa fra scuola e famiglia, così da evitare tensioni o fratture nel progetto educativo. È quindi necessario che esista una stretta e attiva collaborazione fra genitori, insegnanti e dirigenti delle scuole, ed è opportuno incoraggiare gli strumenti di partecipazione dei genitori nella vita scolastica: associazioni, riunioni, ecc. (cfr. c. 796 §2 CIC; c. 639 CCEO).
9. La libertà dei genitori, delle associazioni e istituzioni intermedie e della stessa gerarchia della Chiesa di promuovere scuole d’identità cattolica costituiscono un esercizio del principio di sussidiarietà. Questo principio esclude «ogni forma di monopolio scolastico, che contraddice ai diritti naturali della persona umana e anche allo sviluppo e alla divulgazione della cultura, alla pacifica convivenza dei cittadini, nonché a quel pluralismo, quale oggi esiste in moltissime società» (GE 6).
In sintesi:
- La scuola cattolica è vero e proprio soggetto ecclesiale in ragione della sua azione scolastica, in cui si fondano in armonia la fede, la cultura e la vita.
- Essa è aperta a tutti coloro che ne vogliano condividere il progetto educativo ispirato dai principi cristiani.
- La scuola cattolica è espressione della comunità ecclesiale e la sua cattolicità è garantita dalle competenti autorità (Ordinario del luogo).
- Assicura la libertà di scelta dei genitori cattolici ed è espressione di pluralismo scolastico.
- Il principio di sussidiarietà regola la collaborazione tra la famiglia e le varie istituzioni deputate all’educazione.
(2-Continua)

SPECIALE ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE" - CARD. BAGNASCO: L'ANNUNCIO DI CRISTO E' IL PRIMO FATTORE DI SVILUPPO (56.ESIMA PARTE)

Il Presidente della CEI
commenta la “Caritas in veritate”
Di Antonio Gaspari
20 settembre 2009
Tratto da ZENIT.org
Nel corso della lectio magistralis pronunciata il 19 settembre a Genova nell’ambito di un convegno di studi dedicato all'ultima enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”, il Cardinale Angelo Bagasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha spiegato che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo”.
Facendo riferimento alla difficile sfida della globalizzazione, l’Arcivescovo di Genova ha precisato che “lo sviluppo non è solo una questione quantitativa, ma risponde piuttosto ad una vocazione” ed è evidente che “la questione sociale sia oggi inscindibilmente legata alla questione antropologica”.
Dopo aver ribadito che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo” il Presidente della CEI ha rilevato che “lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, ma è determinato dalla qualità umana degli attori chiamati in causa”.
“Ed una visione trascendente della persona - ha aggiunto -, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’autosalvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato”.
A questo proposito il Cardinale Bagnasco ha denunciato che 1,02 miliardi di persone sono in condizioni di sotto nutrizione e che la combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti alti prezzi dei beni alimentari ha aggiunto altri 100 milioni di persone in stato di denutrizione e povertà cronica.
Parlando dell’Enciclica “Caritas in veritate” il Presidente della CEI ha affermato che la Dottrina sociale della Chiesa è il luogo in cui la carità purifica la giustizia, e “non c’è carità senza giustizia perché si tratterebbe di semplice assistenzialismo, per altro verso non si dà giustizia senza carità perché si finirebbe nelle secche di un arido legalismo”.
Riprendendo una affermazione del Concilio Vaticano II, l’Arcivescovo di Genova ha sottolineato che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia” e che la Chiesa fornisce il proprio apporto allo sviluppo anzitutto quando “annuncia, celebra e testimonia Cristo, quando, cioè, adempie alla propria missione di evangelizzazione”.
Sullo sviluppo sociale come questione antropologica, il Presidente della CEI ha spiegato che “lo sviluppo vero non può tenere separati i temi della giustizia sociale da quelli del rispetto della vita e della famiglia e che sbagliano quanti in questi anni, anche nel nostro Paese, si sono contrapposti tra difensori dell’etica individuale e propugnatori dell’etica sociale”.
Facendo riferimento all’inverno demografico che sta penalizzando l’intero sistema sociale il Cardinale Bagnasco ha commentato amaramente che “aver sottovalutato l’impatto della famiglia sul piano sociale ed economico riconducendola ad una questione privata, quando non addirittura ad un retaggio culturale del passato, è stata una miopia di cui oggi pagano le conseguenze soprattutto le generazioni più giovani, sempre meno numerose e sempre meno importanti”.
“La saldatura tra etica sociale ed etica della vita è un imperativo categorico”, ha affermato l’Arcivescovo di Genova, e “porta a convincersi ad esempio che l’eugenetica è molto più preoccupante della perdita della biodiversità nell’ecosistema o che l’aborto e l’eutanasia corrodono il senso della legge e impediscono all’origine l’accoglienza dei più deboli, rappresentando una ferita alla comunità umana dalle enormi conseguenze di degrado”.
Citando l’enciclica al n. 28 il Cardinale Bagnasco ha ripetuto che “se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono”.
Nella parte finale della lectio magistralis il presidente della CEI ha parlato dell’ecologia umana a cui è dedicata una parte significativa del capitolo IV dell’Enciclica.
Riprendendo le parole del Pontefice, il porporato ha sostenuto che “la Chiesa ha una responsabilità per il creato”, che non significa solo difendere la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti.
Ma, ha precisato, “deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. E’ necessario che ci sia qualcosa come un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto”.
“Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio”.
Citando ancora il Pontefice nell’omelia per l’inizio del Ministero petrino, 24 aprile 2005, il cardinale Bagnasco ha sottolineato che “la crisi ecologica dunque non può essere interpretata come un fatto esclusivamente tecnico, ma rimanda ad una crisi più profonda perché ai 'deserti esteriori' corrispondono 'i deserti interiori'”.
Per questo motivo, ha aggiunto, “alla morte dei boschi 'attorno a noi' fanno da pendant le nevrosi psichiche e spirituali 'dentro di noi', all’inquinamento delle acque corrisponde l’atteggiamento nichilistico nei confronti della vita”.
“Quando infatti l’uomo non viene considerato nell’integralità della sua vocazione - ha ribadito - e non si rispettano le esigenze di una vera 'ecologia umana' si scatenano le dinamiche perverse delle povertà, compromettendo fatalmente anche l’equilibrio della Terra”.
Il Presidente della CEI ha concluso affermando che lo sguardo dell’Enciclica è tutt’altro che pessimista o fatalista e che al contrario ci dice con realismo che “la crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità” ed in questa chiave, “fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”.

SPECIALE ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE" - L'ENCICLICA SUSCITA L'INTERESSE DEL MONDO (55.ESIMA PARTE)

Monsignor Crepaldi
spiega gli obiettivi dell’enciclica
Di Antonio Gaspari
30 settembre 2009
Tratto da ZENIT.org
Intervenendo martedì 29 settembre al “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”, monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuan”, ha spiegato come e perchè l’enciclica “Caritas in veritate” sta suscitando l’interesse del mondo.
Sono passati due mesi dalla pubblicazione dell’enciclica “Caritas in veritate” e durante questo periodo si è sviluppato un ampio dibattito di cui lo stesso Benedetto XVI si è detto contento, parlando con i giornalisti sull’aereo per Praga il 25 settembre scorso.
L’Arcivescovo di Trieste ha raccontato che a livello internazionale “i segni di apprezzamento e di riconoscimento delle grandi novità contenute nell’enciclica sono stati veramente tanti e significativi”.
Circa la novità rilevante dell’enciclica, monsignor Crepaldi ha sottolineato “l’influenza che sullo sviluppo hanno il rispetto della libertà religiosa, la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, l’assolutismo della tecnica, l’atrofizzazione della coscienza”
“Molti passi - ha continuato - riflettono sui nessi profondi tra lo sviluppo e la prospettiva della vita eterna o la consistenza ontologica dell’anima, come per esempio il paragrafo n. 76”.
Secondo il Presidente dell’Osservatorio Van Thuan, “la grandezza di questa enciclica consiste nel chiederci una conversione nel considerare le cose e il loro ordine” ed in particolare nel rapporto tra religione e sviluppo.
In questo contesto monsignor Crepaldi ha denunciato le molte contraddizioni che puntano per esempio a una giustizia sciolta dalla pratica della carità.
Come esempio ha ricordato che “ci preoccupiamo perché d’estate vengono abbandonati i cani e non ci curiamo delle vite impedite con l’aborto; pretendiamo di sviluppare solidarietà nel lavoro ma distruggiamo la famiglia che è vera scuola di solidarietà e la contrapponiamo al lavoro anziché integrarla con esso”.
E ancora, “ci affidiamo alla tecnica per risolvere i problemi ambientali quando sappiamo che sono dovuti proprio all’assolutismo della tecnica; gonfiamo costosi apparati per gli aiuti internazionali e il 90% del loro budget è impiegato per le spese correnti di mantenimento della struttura”.
Inoltre, “vogliamo educare i giovani all’assunzione di responsabilità e mettiamo in mano delle ragazzine di 16 anni la pillola abortiva; [...] diffondiamo nelle scuole la cultura del determinismo evolutivo per cui siamo tutti figli della necessità e del caso e poi pretendiamo che i giovani vedano nella natura una vocazione da rispettare”.“C’è qualcosa che non va. C’è molto che non va - ha sottolineato - . C’è un ordine delle cose da rimettere a posto, una conversione di prospettiva da attuare. L’enciclica è un invito all’uomo affinché 'rientri in se stesso'”.
Monsignor Crepaldi si è detto convinto che “ogni cosa rivela un senso. Ogni cosa deve essere illuminata dalla carità e dalla verità perché riusciamo a comprendere cosa essa sia e cosa dobbiamo fare” e “il senso non è mai prodotto, è sempre trovato”.
L’enciclica propone un cambiamento mentale per non considerare più le persone e il mondo come nostra produzione, ma nell’ottica della loro vocazione.
A questo proposito l’Arcivescovo di Trieste ha spiegato che “la deriva nichilistica dello sviluppo è inevitabile se continuiamo a pensare che il senso lo produciamo noi”. Dovremmo, invece, capire che temi come quello “della religione e di Dio, diventano di primo piano per lo sviluppo”.
Il Presidente dell’Osservatorio Van Thuan ha quindi messo in guardia dall’assolutismo della tecnica che sembra aver sostituito le ideologie.
Ormai, ha denunciato, la tecnica si occupa della vita, della procreazione, della famiglia, della pace, dello sviluppo, delle relazioni internazionali, degli aiuti allo sviluppo, del lavoro. Gli apparati tecnici contano più di quelli politici.
“Ci sono scienziati - ha commentato monsignor Crepaldi - che scientificamente affermano che Dio non esiste; ci sono medici che scientificamente dicono che l’embrione non è cosa umana; ci sono apparati delle Nazioni Unite che impongono in tutto il mondo l’ideologia del gender; ci sono agenzie che pianificano la lotta alla vita; e dopo la crisi economia e le tante proposte di moralizzare la tecnica finanziaria nulla o poco di tutto ciò si vede all’orizzonte”.
Per l’Arcivescovo di Trieste, “la tecnica ormai si occupa di molte cose […] ma senza sapere cosa sono”, essendo “indifferente alla loro verità e quindi incapace di suscitare alcuna carità”.
Per ritrovare il senso delle cose monsignor Crepaldi propone di riscoprire il ruolo di Dio nella storia e nello sviluppo. “Non un Dio qualunque - ha affermato - ma un Dio amico della persona, ossia un Dio che è Verità e Amore”.
“Torna alla fine la pretesa cristiana, che essendo una pretesa di verità e di amore non è una pretesa arrogante, ma di dono e gratuità”, ha concluso monsignor Crepaldi affermando che “il Vangelo è elemento fondamentale per lo sviluppo, perché in esso Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo”.